UN GIORNO IDEALE PER I PESCIBANANA

smontato e amato da Veronica Galletta

 

Quando Luca mi ha proposto di partecipare a questa cosa il mio primo pensiero è stato Salinger. Il secondo pensiero è stato il racconto dei racconti, “Un giorno ideale per i pescibanana”, ma ho anche cominciato a spaventarmi. Racconto troppo famoso, banalità in agguato. Allora c’ho girato intorno, e ho cominciato con il prendere Franny e Zooey. Anche per Franny e Zooey ho lo stesso amore, mi sono detta.

Erano due le sensazioni: per I pescibanana, quella di un uomo con un accappatoio slacciato seduto su un letto. E quell’uomo ero io. Per Franny e Zooey una telefonata fra Franny e il fratello della quale ricordo la disperazione. E quella disperazione ero io.

Forse per lavorare a un testo secondo il criterio della camera di smontaggio, questo non è il criterio più logico, ma tant’è. Non è forse anche questo la letteratura? Ritrovarsi dentro un accappatoio, o nel filo tremante di un telefono? Così ho preso i due libri, decisa a una scelta istintiva. Ho cominciato con Franny, e lo ammetto: speravo che mi avrebbe portata subito dritta a decidere per lei, così da evitare il confronto con I pescibanana, i suoi ammiratori, e gli spacca-capello che cominciavano a moltiplicarsi nella mia testa (ma perché? chi sei tu? come ti permetti?)

Ma tant’è. Ho letto, sfogliato, e non sono riuscita a ritrovare quella sensazione. Non fino in fondo. Allora mi sono arresa. Pescibanana siano. Così ho riletto una prima volta. Dopo la prima pagina mi sono alzata. Ho dovuto chiudere tutto, finestre in camera da letto, finestre in salone. E tirare la tenda anche, subito, per sdraiarmi comoda sul divano. Perché è questa la sensazione che mi dà I pescibanana, subito. Di righe dentro le quali qualcosa sta per accadere, e bisogna stare all’erta.

L’unico rimpianto che ho in questa mia lettura è che non avrò la mente lucida, come la prima volta, perché non posso fare a meno di ricordare, mentre leggo, parti della la storia della famiglia Glass, della quale uno dei protagonisti del racconto, Seymour, fa parte, raccontata oltre che ne I pescibanana, in altri due racconti de I nove. E poi anche in Franny e Zooey e Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione. Una famiglia che si svela racconto dopo racconto, anche solo di sponda, in un quadro che via via si compone. Un approccio iterativo quello di Salinger, che molto prima di Elizabeth Strout con “Olive Kitteridge” e di Jennifer Egan con “Il tempo è un bastardo” ha costruito una storia per racconti, non riunendoli neanche dentro un unico testo, ma spalmandola in libri diversi.

Così comincio a leggere. “Nell’albergo c’erano novantasette agenti pubblicitari di New York e tenevano le linee interurbane eccetera”. Lo capisco subito, forse viziata da tutte le puntate di Mad Men che ho visto. Anni sessanta, cinquanta. Non più in là. E non siamo a New York. E poi comincia la descrizione della ragazza, della giovane donna. Una donna calma, metodica, che si occupa di sé stessa. Legge una rivista femminile, lava pettini e spazzole, si tinge le unghie. Ma sono i particolari che fanno il mondo, e allora da “un portacenere congestionato” possiamo dubitare di questa giovane donna imperturbabile. Perché fuma così tanto?

Questo, lo dico subito, Salinger non ce lo dirà mai. Di nessuno dei suoi personaggi darà una visione a tutto tondo, psicanalizzata come si fa adesso, e questa assenza di spiegazioni contribuisce a rendere l’angoscia di questi personaggi universale, anche se io non penserei mai a tingermi le unghie con tanto ardore in una situazione come quella di Muriel, né tantomeno mi sparerei (sì questo è uno spoiler), come fa Seymour alla fine del racconto.

Ma andiamo avanti. Risponde finalmente al telefono, Muriel, e scopriamo che è sposata. “Signora Glass”, dice la centralinista. Ecco il cognome del marito. Perché tutta questa prima parte del racconto, la telefonata che ora leggeremo, non fa che parlarci di Seymour, il marito. Solo nel come Muriel ne parla, ci racconta anche di lei. Della sua superficialità, e anche della sua solitudine (non hanno forse anche le persone superficiali il diritto a sentirsi sole?)

Anche il suo nome, Muriel, appunto, arriva solo dopo, in questa lunga conversazione con la madre. Apprensiva, che urla. Muriel ce lo dice solo dopo alcuni scambi con la donna, anche se lo abbiamo già letto, nel suo spostare il ricevitore dall’orecchio, due volte “La ragazza allargò ancora l’angolo tra il ricevitore e l’orecchio.” The girl increased the angle between the receiver and her ear. Non è perfetta questa frase?

È una ragazza quindi, mentre prima poteva essere anche una donna di una certa età, perché no? Una madre che si preoccupa di sapere quando sono arrivati. Una figlia che risponde “Non so.” Perché? Come fa a non sapere che giorno sono arrivati? È così svampita? Sta mentendo?

Ma è subito dopo che inizia lo scambio di battute che comincia a inquietarci. Prima avevamo solo un albergo con le linee intasate, una giovane donna sposata, che si tinge le unghie, sola in camera. Nelle battute successive, dove si parla di come abbia guidato il marito, arrivano gli alberi. La madre si informa su that funny business with the trees, ma no, pare che Seymour se ne sia tenuto lontano. “Come un angelo”, dice la ragazza. Ma è nel suo dire “Cercava addirittura di non guardarli”, che il dialogo si fa inquietante. In che senso? Che guardandoli gli vien voglia di andarci contro? Sì, è questo che vuole dirci. Perché è già successo, con la macchina del padre di Muriel, scopriamo. E il dubbio che non sia stato un incidente adesso è entrato anche dentro di noi. È bastato poco no? Poche battute.

E il dialogo prosegue, ancora più inquietante. Si parla di un soprannome, che non sapremo mai. “Orribile”, lo definisce la madre. Ma non c’è tempo per soffermarsi, l’uomo ne ha trovato un altro. “Miss Puttana Spirituale del 1948”, dice la figlia alla madre. Ridacchia, la figlia, nel riferire il nome alla madre. Perché? È imbarazzata? È divertita? È stupida? E poi: cosa vorrà mai dire “Miss Puttana Spirituale del 1948?”

Non lo sapremo mai con precisione. Siamo nel 1948, solo questo sappiamo, anche se la cosa continua, quando la madre cerca di fare riferimento a un altro episodio “Quando penso che…”, del quale noi non sapremo (tanto per cambiare) niente, perché Muriel la interrompe, cambia discorso.

Muriel è già più avanti, a un libro che il marito le ha mandato dalla Germania. È stato in Germania, quindi. E le ha mandato un libro di poesie in tedesco. Chi è quell’uomo che manda alla moglie un libro di poesie in una lingua che non conosce? E chi sarà mai il poeta? “L’unico grande poeta di questo secolo” (Subito mi viene in mente Rilke, non so perché. E allora chiedo a uno dei miei contatti virtuali, amante di Salinger, e mi dice che sì, anche lui pensa che sia Rilke! Che felicità!)

La ragazza non sa più dove lo ha messo, lo chiede alla madre, e commentano insieme la pretesa del marito che lei imparasse il tedesco, o si comprasse una traduzione. “Spaventoso, spaventoso”, è il commento della madre. E che ironia usa Salinger, nel tratteggiare in modo così affilato queste due donne, superficiali, impreparate a tutto. Tanto più che poche righe sotto si scopre che l’uomo è stato nell’Esercito, e anzi nell’ospedale dell’esercito. Era quindi dalla guerra che quest’uomo spediva un libro di poesie in tedesco alla moglie. E tutto cambia.

Nel frattempo però, la madre continua a tratteggiare il genero, Seymour, con una paratassi impietosa: “Gli alberi. Il fatto della finestra. Quelle cose atroci che ha detto alla nonna, quando le ha chiesto her plans for passing away. Come ha conciato quelle meravigliose fotografie delle Bermude…. Tutto”. Con quei puntini di sospensione che chissà cosa contengono. E se della finestra non sappiamo niente (avrà cercato di buttarsi?), la cosa della nonna è invece molto comica, e si comprende, in qualche maniera, come possano dare fastidio a un reduce delle foto di una (supposta) vacanza felice.

Nel suo modo di alternare fatti tragici a ridicoli Salinger a questo punto ha tratteggiato il ritratto della famiglia e le sue ipocrisie. Ma di nuovo il quadro cambia, sempre per bocca della madre di Muriel, che riferisce quanto detto dal dottor Sivetski “c’è il rischio, un rischio grandissimo, dice – che Seymour perda completamente il controllo di se stesso”, e il dialogo prosegue, dal colloquio che devono avere con uno psichiatra in albergo), alle preoccupazioni della madre per la figlia che si è scottata sotto al sole. “Ma non hai visto quel flacone di Bronze che t’ho messo in valigia?”, e questo continuo oscillare da un argomento serio a uno faceto, che continua per tutta la telefonata, passando da questo psichiatra che ha chiesto notizie del marito lui m’ha chiesto se Seymour era stato malato o cos’aveva, alla moglie di lui “Sua moglie è orrenda. Ti ricordi quell’atroce abito da sera che abbiamo visto nella vetrina di Bonwit?”, e poi di nuovo al dottore, che comunque è facile da trovare visto che “Sta seduto al bar da mattina a sera” (e quindi beve), e poi “Devono sapere di quando era bambino”, fino a passare ai vestiti “Come va il tuo giaccone blu?” “Va ancora. Ho fatto togliere un po’ di imbottitura” (è forse incinta?), e la moda di quell’anno, e i vicini di tavolo in sala da pranzo che “ma come ci sono arrivati qui, in camion?”, per poi passare di nuovo a “e la gonna a fiori, poi?” “È troppo lunga, te l’avevo detto che è troppo lunga”, e ancora la madre che chiede alla figlia se vuole tornare a casa, o fare una crociera per conto suo, e deplora che la figlia abbia aspettato quest’uomo per tutta la guerra.

Ecco, tutto questo è così moderno, sembra scritto adesso per ora, sembra il fluire di informazioni, perché è questo che leggiamo, e vediamo anche, visto la scrittura asciutta ma precisa, sembra, dicevo, il fluire di informazioni dello scroll di un giorno qualunque della nostra vita sui social. Dove alla fine della serata non ricordi più se era il poeta tedesco, a indossare la gonna a fiori, o sono gli psichiatri dell’albergo, ad arrivare in vacanza con il camion.

E in questo fluire sconnesso, alto e basso che tutto livella, arriva l’accappatoio. Dal punto di vista del meccanismo narrativo è un gancio in un punto perfetto, quasi alla fine di questa prima parte, e quindi vicino all’inizio della seconda, dove l’accappatoio, lo vedremo, sarà il protagonista (insieme al suo occupante). Ma l’accappatoio è anche altro. Seymour sta sulla spiaggia, così racconta Muriel alla madre “se ne sta lì sdraiato, buono buono. Non si toglie nemmeno l’accappatoio” e alle proteste della madre prosegue “dice che non vuole che tutti quegli imbecilli vengano a vedere il suo tatuaggio”. E noi, che mettiamo insieme le informazioni, possiamo sospettare che non si tratti di un tatuaggio ma di una ferita di guerra. E Muriel di certo lo sa, ma non dice niente alla madre, che non capisce, e questo di lei lo avevamo capito già “Ma non è mica tatuato!” replica. Did you get any in the Army?, insiste. No, è l’Army che l’ha fatto a lui, cretina, vorremmo rispondere noi.

La telefonata comunque si chiude, con la ragazza che dice che no, non vuole tornare a casa, e che sì, resterà con il marito. “io non ho paura di Seymour, mamma” dice alla madre, e mostra in questo un lato umano, inaspettato. E questo ce la rende interessante, perché dicono più le contraddizioni, o le sfumature, che le dichiarazioni di intenti. Non è forse così anche nella vita?

Siamo arrivati a metà del racconto, e lo scenario cambia completamente.

Che cambino i protagonisti, ce lo dice subito la prima frase, dove il personaggio sbaglia il nome di una cosa. “Dov’è l’acchiappatoio?” chiede. Ed è una bambina, come sottolinea poi anche la madre “Se lo dici ancora una volta, topino, la mamma impazzisce.”

Ecco, e io qui ringrazio Luca per avermi chiesto quest’esercizio. Perché per farlo ho preso anche la versione originale del racconto. E mentre topino traduce l’originale pussycat, e ok, ci siamo, “L’acchiappatoio… “Dov’è l’acchiappatoio?”, quel gioco di parole che rende subito la presenza di una bambina di circa quattro anni, come scopriremo in seguito, non ha invece un riferimento nell’originale.

“See more glass… did you see more glass?”, ecco quello che dice la bambina, Sybil, alla madre. Seymour Glass. Ecco cosa dice la bambina. Vuole sapere dov’è Seymour, e infatti poi lo andrà a cercare. Hai visto più occhiali?, capisce la madre “Se lo dici ancora una volta, topino, la mamma impazzisce.”

Ecco, e se certamente questo gioco di parole risultava intraducibile in italiano, e se poi la traduzione è di Carlo Fruttero, e quindi mai mi permetterei, un po’ di rammarico mi rimane, per non averlo saputo prima. Però, allo stesso tempo, questo gioco omesso nell’edizione italiana aumenta la tensione, perché il riferimento, anche se c’è (quell’accappatoio, che diventa acchiappiatoio nella bocca di Sybil, con il quale Seymour sta steso sulla spiaggia), è più sottile rispetto a prima.

Ecco allora Sybil Carpenter. Sybil ci appare subito come una creatura, “le scapole delicate come ali”, “seduta precariamente su un grosso pallone da spiaggia”, “un costume da bagno giallo canarino, a due pezzi, e di uno dei due pezzi non avrebbe, in realtà, avuto bisogno per altri nove o dieci anni”. E poi la madre va a prendere un martini con la signora con cui parla. Che meraviglia! Basta che dica Martini, e subito ci proietta in un mondo. Con l’oliva poi.

Sybil resta sola, corre “fino alla parte piatta e dura della spiaggia” (e subito la vediamo) e poi ancora si allontana. Quanti anni avrà? Quattro? Cinque? E così ci cominciamo a preoccupare. È sola, sta andando “fuori dal tratto riservato all’albergo”, e poi ancora più in là. E incontra un giovane, e ancora gli chiede dell’acchiappatoio. E lui la saluta, si conoscono. Tiriamo un sospiro di sollievo? Forse. Lo conoscerà anche la madre?

Il giovanotto ha quindi l’accappatoio indosso, e di nuovo ci chiediamo: perché non se lo toglie? Ed ecco l’uomo che parla della donna. Il marito della moglie. E il tono è ironico, e la tensione resta “A farsi tingere i capelli di un bel visone. O a fabbricare bambole per i bambini poveri.”

E da una parte l’ansia rimane, quando l’uomo chiede a Sybil di avvicinarsi ancora, però anche cominciamo a entrare nel loro rapporto. Il gioco sul colore del costume, che lui dice blu quando è giallo. E come risponde bene la bambina! Adoro i bambini nei racconti! E poi la gelosia di Sybil, visto che il giovanotto ha fatto sedere un’altra bambina accanto a sé, tale Sharon, mentre suonava il pianoforte. E la risposta dell’uomo. “Ho fatto finta che fossi tu”.

Fino a quando il giovanotto si toglie l’accappatoio, e qui Salinger ha ancora un colpo di genio, perché lo vediamo solo da dietro. Il giovanotto si svela poco più che un ragazzo, con “le spalle bianche e strette, e le mutandine azzurre”, e nulla sapremo del suo tatuaggio, mentre inizia il dialogo fra lui e la bambina, che è intenso, commovente. Mentre vanno verso l’oceano (l’oceano, non il mare. Potremo mai dire noi di andare verso l’oceano?) parlano. Di dove abita la bambina, del libro che lei preferisce, Il piccolo Sambo, con il ragazzo che risponde alla bambina in tono giocoso, ma che a lei risulta credibile. “Ho finito di leggerlo proprio ieri sera… come correvano attorno a quell’albero, le tigri… Olive e cera, non faccio un passo senza portarmene una provvista.”

E a questo punto, nonostante io abbia letto il racconto mille volte, nonostante sappia come va a finire, mi appassiono a questi scambi, per la tenerezza e l’attenzione che il ragazzo ha per la bambina. Anche nel rimproverarla, giocando sempre la carta della gelosia, citando quella Sharon di tre anni e mezzo che la bambina così tanto detesta, per come ha dato fastidio a un cagnolino. Così lontano dalla madre, dal suo Martini con l’oliva, della quale si sono perse le tracce. E mi commuovo, sì.

E poi arrivano finalmente i pescibanana, che vivono in una grotta bananifera, un banana hole, e muoiono di bananite, la banana fever. E infine la bambina ne vede uno, con addirittura sei banana in bocca, dopo che hanno snobbato un’onda, perché niente niente può modificare il loro equilibrio. Che meraviglia eh?

E poi la gratitudine del ragazzo verso la bambina, per quel loro momento magico, in quel gesto, quando dopo che lei ha dichiarato di aver visto il pesce banana le bacia il piede. Non c’è più tensione, non c’è più ambiguità, nel bacio, nel “amor mio”, in questa bambina che si affida all’uomo adulto e sta sul materassino, a prendere le onde felice. Fino a quando non si salutano, e lei corre “senza rimpianto in direzione dell’albergo.” Without regret.

Adesso c’è lo stacco finale, il giovanotto resta solo, e cambia tutto. I passi sono “pesanti”, e la sabbia “fine e rovente”. C’è l’ultima scena prima del finale. Una scena crudele, nel suo paradosso. Una donna con il naso coperto di pomata di zinco che entra con lui nell’ascensore. “Vedo che mi sta guardando i piedi” dice il ragazzo, e la donna nega, come è giusto fare nelle giuste convenzioni sociali. Chissà se è vero. Chissà se è uno scherzo, se Seymour Glass SeeMoreGlass applica a tutti gli occhiali del rapporto con i bambini. La trasparenza, il gioco. Se è per questo che risponde “abbia almeno il coraggio di farlo senza sotterfugi”. Chissà.

Non lo sapremo mai. Il ragazzo entra alla 507 (e solo qui sappiamo con certezza che è il marito della ragazza di prima, solo qui, a sette righe dalla fine, dove ci si ricollega a un numero di stanza di cui si parla nell’incipit, alla terza riga). Entra al numero 507, sente l’odore dell’acetone con la quale Muriel si era sistemata lo smalto. Guarda la ragazza addormentata, prende la pistola. E si spara. Che perfezione.

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