10 motivi per aspirare a scrivere narrativa

Contro-decalogo per scrittrici e scrittori esordienti

Jimi Hendrix3

Li trovi un po’ ovunque sul web. Consigli, Opuscoletti, Manuali da stampare, i “Ricordati che devi morire!!!” rivolti agli aspiranti scrittori. A volte seri come sermoni, altri molto ironici e compassionevoli. Tutti con due punti comuni. 1) Sono quasi sempre del tutto condivisibili (mi ripeto per non essere frainteso: dicono cose vere); 2) Sono di un pessimismo assoluto (nel senso che hanno come ratio quella di allertare l’aspirante su quello che l’aspetta: anonimato, delusione e fallimento).

Riporto, per fare un esempio, uno degli ultimi decaloghi di Giulio Mozzi. Uso proprio il suo perché è scritto bene e perché, Mozzi, è uno di quelli che con gli esordienti ci lavora. Li conosce, non parla a vanvera e le sue intenzioni non solo sono buone, ma si tingono spesso, di carattere umanitario.

Ecco il decalogo di Mozzi : Continua a leggere

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Ebbene: Tolstoj choke on the beach

L’interlocutore immaginario di questo post afferma che in spiaggia non vede mai nessuno leggere Tolstoj ma solo Fabio Volo e varie sfumature di porno, dice: E poi in Italia tutti voglio fare gli scrittori e nessuno legge più. Mi viene da rispondere: Dipende da con chi vai in spiaggia e invece chiedo solo: Ebbene, qual è il problema?

Credo che lo scrivere (provare a farlo, affinarsi nel farlo e via dicendo) avvicini alla buona-lettura più volte di quanto la lettura (pur essendo indispensabile) porti alla buona-scrittura. Non è questa, intendiamoci, una prerogativa della scrittura. Chi studia uno strumento musicale (a vari livelli) conosce, normalmente, la musica più di altri (di sicuro più del se stesso di prima delle lezioni di musica) fosse anche solo perché ha più occasioni e dedica alla musica parte del suo tempo ed energie. Vale lo stesso in tutti i campi.

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Laboratorio di sofferenza creativa

Dunque sono andato a trovare la mia maestra di scrittura spirituale nella sua casa a Posillipo. Mi ha fatto accomodare, ma ha continuato a scrivere per tutto il tempo su fogli che il marito le infilava e sfilava sotto la mano armata di penna. Mi ha spiegato che per il bene della letteratura la sua povera mano doveva continuare a scrivere sempre.

Le ho detto di aver intenzione di scrivere un romanzo. Un romanzo familiare. Lei si è consultata con i sette saggi che sono sempre alle sue spalle e mi ha fatto le condoglianze per la perdita di mio padre, si è mostrata anche un po’ indispettita perché non l’avevo invitata al funerale, mi ha spiegato che era un’esperienza persa per la sua scrittura. Un danno alla letteratura. Ma non c’è stato alcun funerale. Cremazione? No. Si è di nuovo consultata con i sette alle sue spalle e poi tornando a rivolgersi a me mi ha chiesto a quando risalisse la morte di mio padre. Ma mio padre non è affatto morto! Ci è rimasta di stucco. Non capiva. Se non era morto mio padre com’è che volevo scrivere un romanzo familiare? È che mi è venuta in mente la scena di mio cugino che faceva cacca mentre era in braccio a mia zia ed era senza pannolino. Voi ragazzi. Mi sono girato per vedere se c’era qualcuno oltre a me. Non c’era nessuno. Voi, ragazzi, volete sempre precorrere i tempi. Il romanzo familiare si scrive dopo la morte del padre. Non ne sapevo niente. Per forza non lo sapevi, non sei laureato e non ti sei specializzato con i sette saggi. C’erano poi un’altra cosa che non sapevo e una che non avevo considerato: che lo scrittore deve soffrire, proprio come soffre lei che dalla sua terrazza rivolta al golfo di Napoli ogni mattina fa sofferenza creativa per un paio d’ore; che la scrittura è investimento, proprio come investe lei che tutti i giorni paga i sette saggi per una continua e costante formazione… Le ho detto di aver capito, che non c’era bisogno di continuare. Lei ha annuito. Devi scavare nei tuoi personaggi. Scavare e pagare. Scavare dentro di te e pagare. A chi? A me, naturalmente, Sai quanto mi costano i sette saggi e io mica mi formo per il mio interesse, mica scrivo perché voglio che il mondo mi riconosca come scrittrice, io lo faccio per il bene della letteratura. I sette alle sue spalle hanno annuito. Anche il marito, mentre continuava a infilare e sfilare fogli, ha annuito.

Ho fatto per alzarmi. Lei mi ha detto che comunque il bambino che fa la cacca mentre è in braccio alla zia è una bella immagine. Magari puoi partire di lì, Ma devi sempre aspettare che tuo padre muoia. A dire il vero per me quella era l’immagine finale e poi c’è poco da fare, perché mio padre gode di ottima salute. Lei ha sospirato, ha detto che le dispiaceva, che ci vuole pazienza, che anche il suo mica si decide a morire. Tanto è vero che, per continuare ad essere scrittrice nonostante la mancata dipartita paterna, è costretta a inventarsi un sacco di sofferenza creativa. Sai quanto sforzo devo fare tutti i giorni sul terrazzo per riuscire a trovare un solo motivo di sofferenza? Tanto? Sì, tanto. Mi ha spiegato che è così sfortunella da non aver subito neanche una sevizia. Sono la figlia di un padre buono a nulla. Eppure a guardarla si direbbe il contrario. E invece niente, neanche una palpatina durante il bidet. Le ho detto che mi dispiaceva. Con la scrittura è così.

A quel punto mi sono finalmente convito di non poter scrivere, non dico un romanzo, ma neanche un racconto, perché io con mio padre ci vado d’accordo e, quasi mi vergogno, ho avuto addirittura un’infanzia felice. Lei ha fatto una smorfia. Non hai molte speranza, ma c’è sempre la sofferenza creativa. Mi sono accomiatato. Ero sulla porta. Tornami a trovare, il prezzo è sempre lo stesso. La chiamo subito dopo il funerale. In caso di lunga malattia potresti farci uscire un romanzo breve. Magari! Sono uscito e subito rientrato, come avevo fatto a non pensare a mia madre? Lei si che è acciaccatella. I sette hanno subito fatto no con la testa. Mi ha sorriso, paziente: Le madri in letteratura non hanno mai contato niente.