Libera, almeno lei.

I parienti so come li stilavi: più so’ stritti più fanno mali!”

Ho rivisto ieri, dopo tanti anni “Brutti, sporchi e cattivi” di Ettore Scola. Le vicissitudini di una famiglia di sfollati pugliesi negli anni settanta, che vive in una baraccopoli sorta su una collina (Monte Ciocci) poco lontana dal centro di Roma: la famiglia Mazzatella.

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Così vicini al centro che da ogni angolo spunta il cupolone o altra gloriosa architettura, ma loro che vivono nel fango, neanche ci fanno più caso. Neanche ci provano più ad alzare la testa, impegnati come sono a evitare rivoli delle fogne a cielo aperto, cumuli di spazzatura e chissà cos’altro.

Il film mi ha lasciato la stessa sensazione si sgomento di molto tempo fa, quando lo vidi per la prima volta e, allo stesso modo di allora, mi ha anche affascinato. Ero un ragazzino, non capivo perché. Adesso invece credo di conoscere il motivo: mi ero innamorato della ragazzina con degli stivali di plastica gialli e lucenti, che apre il film e ahimé lo chiude.

È l’alba, i venticinque (se non ho contato male) componenti della famiglia Mazzatella ancora dormono, ammucchiati come maiali nella baracca che Giacinto (l’alcolizzato “pater familias” interpretato da Nino Manfredi) si ostinerà per tutto il film a chiamare “Casa mia!”. In giro ci sono residui di cibo, ratti, un neonato che piange inascoltato, due adulti si accoppiano sotto un lenzuolo che li ricopre a malapena. Giacinto dorme con un fucile in mano, pronto a sparare a chiunque (tra figli, generi o nipoti) si avvicini e metta a rischio il suo malloppo.

E pure stanotte c’avite pruvato, eh? Latri, mariuoli e disonesti. I soldi mii non si toccano! Farabbutti piglia’nculo… questa casa è mia e voi ci abitate come l’albergo, a gratis senza cacciare una lira.”

La ragazzina invece, coi suoi stivali gialli, è già uscita per mettersi in fila alla fontana e riempire un paio di fusti d’acqua. Ha lineamenti dolci e un portamento pulito. Si chiama Maria Libera e sembra l’unica a non aver subito l’abbrutimento che ha reso tutti gli altri più simili ai topi di fogna che agli esseri umani. La scena con Libera è l’ultimo, per quanto flebile, raggio di sole. Perché dopo, tutto sarà brutto, sporco e sempre più cattivo. Tutto così marcio che sarebbe difficile da guardare se gli sceneggiatori (Maccari e lo stesso Scola) non avessero variegato l’impasto realistico con forti dosi di commedia, creando un meccanismo diabolico (coaudiuvato da una fantastica squadra di attori con formazione comica) grazie al quale sono costretto a sorridere anche delle continue sevizie e stupri che i componenti di questa famiglia s’infliggono vicendevolmente.

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E intanto che guardo il marciume pittoresco, cado nella trappola che Ettore Scola ha preparato: sono preso dalla trama principale, ma una piccola porzione di me comincia a sperare che, almeno Maria Libera, ce la faccia. E più le cose si mettono male per i Mazzatella, più la salvezza di Maria Libera diventa primaria. Infatti anche se tutta la trama ruota intorno a Giacinto, la moglie e i figli più adulti, in quasi tutte le scene della parte iniziale comparirà anche lei, magari solo sullo sfondo, e ogni volta con un gesto bello, pulito e buono. Con quale effetto? Già dopo il primo quarto d’ora “Ce la farà Maria Libera a scampare al suo destino?” diventa la domanda centrale di questa storia.

Subito dopo la sveglia tutti si vestono. Torna dal lavoro il figlio travestito marchettaro. Si dileguano gli uomini per cercare di “apparare” la giornata. Intanto Maria Libera prende amorevolmente con se il neonato e i più piccoli (non solo quelli di casa, ma anche quelli delle baracche adiacenti) e si fa seguire, come se li stesse accompagnando a scuola. Solo che il piccolo corteo non arriva a una scuola, ma a un recinto fatto di reti di letto dentro il quale vengono detenuti i bambini del quartiere durante il giorno, per dare modo alle madri di procacciarsi di che vivere.

imagesLe scene di abusi, di promiscuità incestuose si susseguono intervallate da altre più grottesche, come quella della pensione della nonna: vanno tutti insieme a ritirare l’assegno costringendo l’anziana, giustamente riluttante, a firmare. La somma viene subito divisa e ognuno si avvia per la propria strada, lasciando l’anziana sulle scale dell’ufficio postale, con i bambini che hanno il compito di riportarla a casa.

sfruttatori, prufittatori… ‘na fucilata in capa a tutti quanti, non sarà oggi, ma sarà domani!”

Il sesso e i soldi sono il centro di questo mondo, anzi, anche di questo mondo, allo stesso modo di un film ambientato a Manhattan o Wall street. Solo che qui mi brucia di più e davvero, perché si mostrano gli uomini per quello che sono (siamo?) senza abbellimenti. Qui i soldi sono cattivi, soprattutto perché non ci sono e il sesso è sporco e unto come un bacio con la lingua dato  a una porzione di coda alla vaccinara (chi ha visto il film capirà).

Giacinto, dal denaro e dalla voglia di sesso (più mentale che fisica) è ossessionato. Il malloppo, che a tutti i costi difende, è il risarcimento per un infortunio sul lavoro (una palata di calce in pieno volto) che lo ha sfigurato e gli ha fatto perdere un occhio: un milione di lire. È convinto, senza torto, che glielo vogliano sottrarre. Per questo cambia nascondiglio più volte al giorno fino a dimenticare l’ultimo “posto” e fino a sparare a uno dei figli perché crede lo abbiano derubato.

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L’abbrutita quotidianità della famiglia Mazzatella viene scossa quando Giacinto s’innamora di Iside una pingue prostituta napoletana, la porta a casa e impone alla moglie di accettare che la donna dorma nello stesso letto.

Che tipo è tua moglie?

È comprensiva, basta menarglie!

Il personaggio di Iside mi fa tremare, perché ha un’ingenuità che ricorda quella di Maria Libera. Per qualche motivo strano mi sembra che le due donne siano la tesi e l’antitesi di uno stesso personaggio. È come se l’autore mi stesse ammonendo: “Guarda questa è la fine che farà Maria Libera se non si salva”

Giacinto intanto, è completamente cotto. Minaccia di spendere il malloppo a favore della nuova arrivata. Di qui la decisione, da parte dell’intera famiglia, di avvelenarlo.

dolorosa nota a margine: la scena dell’avvelenamento è stata girata all’idroscalo proprio dove è stato ucciso Pasolini  (invitato sul set il giorno prima della sua morte).

Giacinto, creduto morto, si vendica bruciando la casa e poi vendendo quello che ne rimane a un’altra famiglia di sfollati altrettanto numerosi e, se possibile, più animalucci-selvatici di loro.

Alla fine le due famiglie (compreso Giacinto e la prostituta napoletana)  si mischiano nello stessa baracca (rimessa in piedi) in cui prima ce n’era una sola. L’ultima scena li ritrae di nuovo all’alba tutti insieme (questa volta ho rinunciato a contarli) dormienti, davvero messi peggio dei maiali. Giacinto si è fatto mettere un gesso finto al braccio, dove tiene il malloppo.

Una porta si apre e si richiude, intravediamo proprio come nella prima scena la figura di Maria Libera coi soliti secchi. Sembra la stessa di prima, fa un paio di passi, qualche saltello. Ho ancora il tempo di pensare un’ultima volta “Speriamo che almeno lei se la cavi” e l’inquadratura cambia, la prende di profilo. Maria Libera non ce l’ha fatta, nemmeno lei. È già brutta, è già sporca e io mi sento più cattivo.

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