La malinconia dello scarafaggio

Ho chiesto di scrivere uno Smontaggio d’autore a Francesco Paolo Maria Di Salvia vincitore del Premio Berto 2015 con La circostanza ed. Marsilio, romanzo che aveva già ricevuto la menzione speciale della giuria al Premio Calvino 2014. Ho conosciuto Di Salvia grazie alla sua novella Il superutente, pubblicata da Giulio Mozzi nel 2010 sul magazine online vibrisse, bollettino e ho subito capito che avrei risentito parlare di lui.
Francesco di Salvia ha smontato per noi La metamorfosi di Kafka, ma naturalmente l’ha fatto a suo modo: ha scritto un vero e proprio racconto, mettendosi nei panni di un editor “Giudice Istruttore dell’Ufficio Proposte Editoriali” che si trova per le mani il racconto e scrive una lettera di “consigli” all’autore: LETTERA DI RIFIUTO AL SIGNOR FRANCO TACCOLLA.

Leggendo questo smontaggio/lettera-di-rifiuto scopriremo quanto in realtà Di Salvia abbia amato La metamorfosi e avremo un assaggio della sua bella, irriverente, ironica scrittura.

scarica il pdf del racconto o continua a leggere:


LETTERA DI RIFIUTO AL SIG. FRANCO TACCOLLA

Milano, 27 luglio 2015

Caro sig. Taccolla,

Ci lasci cominciare esprimendole la nostra stima per i testi che ha voluto sottoporre alla nostra umile attenzione. Abbiamo letto con sincero divertimento la sua raccolta di racconti. Lei ci ha sorpresi per la notevole facilità di scrittura; il buon controllo della frase; un immaginario vivacissimo e abbastanza ben gestito. L’operazione che lei ha voluto compiere con questi suoi testi ci pare, però, riuscita forse solo in parte.

Si metta nei nostri panni; e ci perdoni la brutalità: stiamo già facendo un’eccezione, sig. Taccolla, nello scriverle queste righe; è ormai costume consolidato quello di inviare missive standard in risposta a manoscritti non sollecitati; eppure dobbiamo qui ammettere di confidare nelle possibilità dimostrate dal suo talento. Anzi, saremo ancora più diretti, e le confideremo come l’Ufficio Proposte Editoriali creda sinceramente di poter cavar fuori qualcosa di pubblicabile da una delle sue storie. Ci riferiamo al testo che lei ha chiamato, forse con eccesiva fretta, La metamorfosi; ma che, a noi, sembrerebbe più opportuno intitolare La malinconia dello scarafaggio.

Partiamo con un appunto generale sulla struttura: perché suddividerla ostentatamente in tre movimenti? Ci sembra un’intrusione forzata della mano dell’autore; che, come lei sa benissimo, dovrebbe essere invisibile. Voler a tutti i costi frammentare una storia, già di per sé così breve, in tre capitoletti, – che corrispondono proprio all’inizio, allo svolgimento e alla fine della nostra vicenda, – dà al suo racconto una certa freddezza di progettazione. Ci pare di intuire, di conseguenza, che lei abbia frequentato una scuola di scrittura. È giusto? Allora le dovrebbero anche aver insegnato che è necessario nascondere la struttura, per evitare che prevalga sulla narrazione, fagocitando ogni emotività! Le lettrici, – che non conoscono la struttura a livello tecnico, ma che la avvertono subito su un piano sentimentale, – non apprezzano questo genere di pesantezze!

Nonostante la freddezza strutturale, la storia ci appare potenzialmente interessante sin dall’inizio. C’è un high concept che lei decide di svelarci subito. Il primo atto ha il seguente incipit:

«Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregorio Sammazza si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto».

Se, da un lato, l’idea di basarsi sull’effetto straniante del ribaltamento, ci pare efficace, dall’altro rischia di diventare un espediente narrativo un po’ ripetitivo, che rende la lettura monotona e priva di particolari increspature. Ci permetta di passare, quindi, a ciò che riteniamo come la prima grande problematica del suo stile: l’indeterminatezza. La vaghezza dell’aspetto fisico del protagonista è disorientante. La descrizione pare riguardare solo l’insetto; e non il nostro Gregorio Sammazza.

«La schiena dura come una corazza […] il ventre abbrunito e convesso, solcato da nervature arcuate […] le sue molte zampette».

Dov’è il Gregorio trentenne? Dov’è la descrizione dell’uomo prima della mutazione? La persona è rappresentata solo attraverso il suo stesso pensare, ancora così ostinatamente umano, e da nessun altro elemento. Ciò che intendiamo dire è che, in questo modo, lei scopre subito le carte: si propone di rappresentare Gregorio Sammazza come se fosse, allo stesso tempo, uomo e scarafaggio; reale e irreale; veglia e sogno; salute mentale e psicosi; ossia, di nuovo, tanto la blatta, quanto il trentenne schiacciato dalla famiglia e dal lavoro. Lei ci dice che Gregorio non è l’uno o l’altro; bensì che Gregorio è entrambi. Ecco: quella che lei crede essere la sua forza; è, in realtà, proprio la sua debolezza stilistica. Le lettrici hanno bisogno di certezze: uomo o scarafaggio? Storia realistica o fantastica? Perché queste intellettualistiche mezze misure, sig. Taccolla? Ce la dia, ce la dia, questa realtà, ché le lettrici è di quella che sono assetate!

L’aspetto orripilante di Gregorio è una rappresentazione dei suoi privati dolori, ce ne rendiamo conto, sig. Taccolla. Lei è un uomo che vorrebbe starsene tutto il giorno a scrivere; e, in più, non ha mai accettato il suo corpo. Abbiamo ragione? Ci sembra quasi che, ne La malinconia dello scarafaggio, lei voglia rappresentare una forma estrema di dismorfofobia. Questo, però, ci crea un problema editoriale: le dolorosità connesse al corpo degli uomini sono un qualcosa di cui non si dovrebbe parlare; alle lettrici non piacciono gli uomini che non si piacciono; ed esemplifico: lei ci dà uno scarrafone masochista, quando invece il modello per le lettrici è l’esatto opposto: il fustacchione sadico, che le donne sognano di poter cambiare, proprio come nel caso del Christian Grey di E.L. James; e, dunque, se proprio le interessa la tematica della corporeità, perché invece non ci rende anoressica la sorella Greta? Pensi: ce la potrebbe trasfigurare in una farfalla! Inoltre, ci permetta di dirle con tutta l’umiltà dettata dalla nostra esperienza, come le lettrici si aspettino che quell’aspetto orribile svanisca subito, proprio come le fitte che Gregorio sentiva durante i giorni precedenti alla metamorfosi. Ma se proprio volesse proseguire sulla strada della blatta; ha pensato almeno a giustificare il cambiamento, senza svelarlo subito, e seminando meglio l’incidente scatenante? Cosa ne pensa di un incidente sul lavoro? Condizioni di scarsa sicurezza: una ricombinazione molecolare causata da un incidente con un macchinario sperimentale inventato da una multinazionale; il morso di uno scarafaggio radioattivo dovuto alle scarse condizioni d’igiene del luogo di lavoro; un esperimento di programmazione neuronale voluto dall’esercito. Qual è la causa scatenante di questa mutazione?

Diciamo questo anche perché, quasi da subito, lei decide di inserirci nella condizione esistenziale del trentenne precario e alienato della nostra epoca. Questo mi fa dire che lei certamente nutre un interesse per la realtà! Il tema è, comunque, piuttosto trito; e, se ci permette, necessiterebbe di una maggiore inclinazione all’originalità. La famiglia ossessiva che lo assedia al mattino è piuttosto banale: la madre è la prima a bussare; il padre batte violentemente con il pugno contro la porta; l’affettuosa sorella che lo implora «Non ti senti bene? Hai bisogno di qualcosa?». Sulla descrizione lavorativa non andiamo certo meglio:

«Che mestiere faticoso mi sono scelto […] All’inferno tutto quanto! […] Queste levatacce rendono completamente inebetiti». […] «Se non fosse il pensiero dei miei genitori a trattenermi, mi sarei licenziato già da un bel pezzo, sarei andato dal principale e gli avrei detto senza mezzi termini quel che penso». […] «Perché non darsi per malato? La cosa sarebbe stata estremamente sgradevole e sospetta; infatti, durante i suoi cinque anni di impiego, Gregorio non aveva fatto mai neanche un’assenza».

Lei usa una prosa scarna che si limita a descrivere le azioni compiute da Gregorio. Dov’è l’interiorità del suo personaggio? Dove sono le grandi riflessioni psicologiche? Com’è addirittura possibile che lei riesca a non usare l’intimismo in una storia che nasce strutturalmente per essere intimista? La faccenda pare, infatti, risolversi nella descrizione della sintomatologia di un paziente, tramite azioni banali, e sempre abusando dell’allegoria dell’insetto.

«Gregorio, a parte una sonnolenza veramente ingiustificata dopo tutto quel dormire, si sentiva benissimo e aveva persino un appetito particolarmente robusto». […] «Senza riuscire a lasciare il letto». […] «Bisogna soltanto non starsene a letto senza motivo».

Parliamoci chiaramente: quello che succede qui è che Gregorio Sammazza non ce la fa ad alzarsi dal letto per andare a lavorare. Lei ci sta buttando lì, come se niente fosse, sempre su quel maledetto confine tra reale e immaginario, la descrizione di un episodio depressivo maggiore. Qui abbiamo il classico trentenne, con chiare inclinazioni artistiche, da lei rappresentate con l’intaglio; ma capiamo benissimo l’auto-fiction di uno scrittore che vorrebbe scrivere tutto il giorno; ed, invece, è costretto a fare l’agente di commercio per mantenere la famiglia! Ancora: perché, allora, invece di inventarsi blatte giganti, non comincia con una bella litigata tra lui e il padre per una questione di soldi? Un incipit come «Abbiamo fatto così tanto per te!», potrebbe funzionare Invece no; lei insiste in una descrizione della psicopatologia, proseguendo senza prendere una decisione chiara, quando il procuratore arriva per controllare le motivazioni che si celano dietro all’assenza di Gregorio. Sono la madre e il procuratore, stavolta, a descriverci i chiari sintomi della depressione del figlio, causati dall’alienazione lavorativa e famigliare:

La Madre: «Quel ragazzo non ha in testa altro che la ditta. Mi fa quasi arrabbiare, perché la sera non esce mai; sono otto giorni che è in città, ma è rimasto a casa ogni sera. Se ne resta seduto a tavola con noi e legge il giornale in silenzio, oppure studia l’orario delle ferrovie».

Il Procuratore: «Lei si barrica in camera sua, risponde a monosillabi, fa preoccupare gravemente e senza motivo i genitori, e trascura (lo dico solo per inciso) in modo veramente inaudito i Suoi doveri professionali. […] E la Sua posizione non è affatto tra le più sicure. […] il suo rendimento negli ultimi tempi è stato assai insoddisfacente».

Tutto il campionario, insomma, che ci porta allo sviluppo nelle prime fasi di una depressione: la tendenza all’isolamento, la rinuncia alla vita sociale, le azioni ripetitive, il calo del rendimento sul lavoro, fino a mettere a repentaglio la propria medesima carriera, e i mezzi di sostentamento. La famiglia e i datori di lavoro che non capiscono la malattia di Gregorio; e, anzi, gliene fanno una colpa. È qui, però, che lei fallisce ancora una volta, sig. Taccolla. È la sua fissazione a confondere realtà e fantasia! Come ci rappresenta l’incomunicabilità da parte di Gregorio?

«Siete riusciti a capire una sola sua parola?». […] «Era la voce di un animale».

Si rende conto che lei si limita banalmente a far emergere la voce mostruosa di una bestia? Qui non basta la citazione di David Foster Wallace a sorreggere la descrizione di un tema così delicato! Dove sono i pensieri intimi di Gregorio? Sì, lei ci butta qualche frasetta qua e là; quando, invece, l’emozione interiore meriterebbe ben altri spazi! E, infatti, La malinconia dello scarafaggio procede già meglio quando i convenuti si trovano davanti al depresso; alla bestia immonda; e lei ci mostra l’effetto che un mostro del genere fa sugli altri. «Oh!», dice il procuratore; la madre si lascia cadere a terra; «Il padre serrò il pugno con gesto ostile, come a voler ricacciare Gregorio nella sua stanza»; ma il suo stile subito si affloscia, di nuovo, nell’indeterminatezza. Lei insiste nel descrivere la depressione senza fare un scelta precisa tra realismo e fantasia. Scelga, sig. Taccolla, per Dio! O la blatta, o l’uomo! Gregorio (da uomo) giustifica il proprio malessere con le parole tipiche dei depressi: «Per un momento ci si può anche sentire incapaci di lavorare»; oppure ci parla «dell’insopportabile fischiare di suo padre che lo faceva impazzire», un tipo di osservazione tipica dell’ansia che accompagna il disturbo depressivo. Però, allo stesso tempo, Gregorio (da blatta) cerca aiuto; e, invece, il padre lo bacchetta con il bastone; proprio come i familiari che usano il pugno duro con un malato di cui non comprendono la condizione; fino a scacciar via il poveretto, sanguinante, e imprigionato nella solitudine del non essere capiti dalle persone che si amano.

«Quand’ecco il padre da dietro gli diede una gran botta, stavolta davvero liberatrice. Ed egli, sanguinando abbondantemente, finì in volo in camera sua. L’uscio fu chiuso con il bastone, e poi finalmente ci fu silenzio».

L’abbiamo capito ormai: Gregorio Sammazza è burnout a causa delle pressioni che subisce al lavoro e in casa. «La sonnolenza lo fa sbattere contro la spalliera del letto. Raccolte le forze, si slanciò in avanti alla cieca, egli sbagliò direzione e andò a sbattere violentemente contro la spalliera al fondo del letto». Altro che lieve indisposizione! Facendo un passo indietro: è un depresso che si gira e si rigira nel letto; ma non riesce a uscirne. S’immagina insetto; perché così si sente; ma sa egli stesso di non esserlo. Con la scusa delle zampette anchilosate, lei ci mostra la sindrome delle gambe senza riposo, tipica di molti depressi! Oppure, quando Gregorio Sammazza cerca due persone robuste che lo possano mettere di peso fuori dal letto, lei ci sta rappresentando il tipico ritardo psicomotorio che colpisce il paziente, costretto ad appendersi al cassettone, quando finalmente riesce a rizzarsi in piedi. O, ancora, quando si sforza di «togliere alla voce qualsiasi inflessione strana mediante una pronuncia molto chiara e l’introduzione di lunghe pause», attitudine tipica di chi, al mattino, colpito dall’ipersonnia, voglia convincere gli altri di essere sveglio. Perché non descriverci tutto questo in maniera intimista, invece di usare un disgustoso scarafaggio? Perché non ci restituisce la realtà della malattia con un bel flusso di coscienza (senza eccedere in sperimentalismo)?

Sicuramente, come accennato già più sopra, un’altra occasione sprecata è rappresentata anche dalla descrizione delle condizioni tipiche di precarietà in cui vivono i trentenni di oggi. La corsa per afferrare il treno, tipica della cultura mercantilista, e i continui riferimenti ai ritmi disumanizzanti dettati dal padrone; a dimostrare che queste sono le cause che hanno ridotto Gregorio Sammazza in un bruto.

«Perché mai Gregorio era condannato a lavorare in una ditta dove alla minima omissione od assenza si formulava subito i peggiori sospetti?».

Eppure, persino quando ci parla della ditta, lei non la nomina, sprecando anche un’ottima occasione di denuncia sociale! E ritorniamo, così, ancora alla sua maledetta indeterminatezza! Ci pare che lei voglia ostentare la sua diversità. La liminalità tra realismo e fantasia non aiuta a introdurre le lettrici nel mondo del racconto. Il cronotopo della sua storia è danneggiato: i suoi personaggi compiono azioni e usano oggetti che potrebbero appartenere quasi a un’epoca storica qualsiasi. Lei non fa neppure un accenno ai vestiti, o alle mode, della cultura che ci vuole raccontare! Persino i parenti ci sembrano solo figurine: perché non ha dato un nome al padre e alla madre? Cosa si propone di fare, sig. Taccolla? Non ci vorrà mica descrivere gli universali? Tutto ciò non fa altro che spiazzare le lettrici, le quali vorrebbero dei riferimenti certi; vorrebbero sentirsi tirate dentro alla storia; immaginando se stesse in un altrove. E, invece, Gregorio ci dice della sua stanza: «Eppure avrebbe quasi potuto credere che la sua finestra guardasse su un deserto, talmente il grigiore del cielo si confondeva, indistinto, con quello della terra». L’unico nome che fa è Charlottenstraße, la strada in cui Gregorio abita, che ci descrive solo come «tranquillissima e centralissima». Perché questo nome? Ha pensato, forse, di ambientare la sua storia nella Praga asburgica di fine Impero? Allora la ambienti lì senza tentennamenti e ci dia un romanzo storico! Ma ancora meglio: perché, invece, non dare alla sua storia una location cupa e solare insieme come il nostro bel Sud? Ha pensato a un paesino della Puglia? La Puglia, ultimamente, vende molto bene. Se no, al massimo, ci andrebbe bene anche Roma; ché il fascino corrotto della Città Eterna non passa mai di moda. Però dia dei riferimenti alle lettrici, sig. Taccolla! Diamo nomi precisi alle cose! Quale Ditta? Che nome ha? Come si chiama il padre? Lei vuole l’indefinitezza, l’universalità; ma le lettrici cercano delle coordinate! Lei è la guida nel viaggio dell’eroe!

Il secondo atto si apre con la triste descrizione del risveglio di Gregorio da un attacco d’ipersonnia. Qui, dobbiamo ammettere, lei ci mostra una svolta molto bella ed emozionante nella vicenda: la sorella Greta, – a cui Gregorio vuole molto bene, fino al punto di volerle pagare gli studi in Conservatorio, – si muove a compassione del fratello e dimostra l’affetto che nutre nei suoi confronti. Cerca di stargli vicino nonostante la malattia. Certo, inorridisce alla vista dello scarafaggio, dell’orrido maschio emasculato dalla depressione; eppure non si tira indietro dal compiere il suo dovere fraterno. Gregorio, in un atto d’amore, le risparmia la vista del suo aspetto orribile da infermo; si nasconde sotto al divano; tutto preso da «ansie e speranze imprecisate». Egli sa di essere un essere immondo e «si vergognava perché faceva vergognare la sorella».

«Si rifugiò sotto il divano, dove, benché il suo dorso venisse un po’ schiacciato e benché egli fosse impossibilitato ad alzare la testa, provò subito un grande senso di benessere».

La sorella, unica ad arrischiarsi nella prigione del depresso, si lascia andare a frasi affettuose come: «Oggi ha proprio mangiato di gusto!». Ricadiamo, però, subito nel grande difetto costitutivo della sua storia. Ciò che potrebbe essere trattato in termini realistici, come l’anedonia, lei ce lo butta dentro dal punto di vista della blatta, come nel caso del cibo:

«Il latte, che pure era sempre stato la sua bevanda prediletta e che la sorella gli aveva preparato sicuramente proprio per tale motivo, non gli piaceva più. Anzi, egli si allontanò dalla scodella quasi disgustato, e se ne tornò strisciando nel mezzo della stanza». […] «Uno dopo l’altro e con gli occhi che lacrimavano per la contentezza, divorò rapidamente il formaggio (immangiabile), la verdura (appassita e semimarcita) e la salsa (rappresa); i cibi freschi, invece, non gli piacquero, non riuscì neppure a sopportarne l’odore».

Gregorio continua a ricevere il cibo, che noi immaginiamo nella realtà lasciato fuori dalla porta della camera, sulla carta di giornale, come fosse davvero una bestia. Per carità, è apprezzabile la citazione di Bellow; ma lei non ha la caratura adatta per far dividere il pane in cassetta con i topi al suo protagonista; e ci dipinge il rapporto col cibo prima con la semplice inappetenza; per poi passare all’attrazione verso il junk food, gli alimenti insalubri, che lei ci vuole ancora una volta allegorizzare in verdura marcita e salsa rappresa! Non abbia paura della realtà, sig. Taccolla! Ci faccia vedere Gregorio mentre mangia delle patatine fritte usando la Nutella come intingolo!
Ormai lei ci ha chiuso Gregorio in prigione. Come facciamo a far andare avanti la storia senza dialoghi e senza intimismo? Gregorio (blatta e umano) se ne rimane attaccato alla porta a spiare le vite degli altri; incapace di vivere la sua; e, quando fa troppo rumore con il suo corpo, riesce a zittire in un sol colpo quelli nell’altra stanza che parlano di lui. È diventato una creatura terrorizzante per i suoi famigliari; inopportuna; ma lei questa cosa non ce la mostra adeguatamente!

«Poiché lui non poteva essere compreso, non passava per la mente a nessuno, neppure alla sorella, che lui potesse capire gli altri».

Come pretende che le lettrici capiscano questo concetto senza i dialoghi? Prenda spunto da Pinter, o dalla tradizione popolare del come-ti-chiami?-mangio-patate!. Con questa sua ossessione della liminalità, lei si è dimenticato persino di seminare le ricchezze nascoste dal padre:

«Già il primo giorno il padre espose sia alla mamma che alla sorella la situazione finanziaria e le prospettive che ne scaturivano».

Questo è un errore da principiante. Un colpo di scena così gioca troppo con la credulità delle lettrici: come le ho già detto: esse non posseggono la tecnica; ma la conoscono spontaneamente col cuore! Il fatto che la famiglia mettesse da parte perfino i soldi che Gregorio dava loro è una sorpresa troppo inaspettata in questo modo. Gregorio, invece di riflettere intimamente sulla vicenda, cosa fa? «Annuiva tutto infervorato, felice di quell’insperata previdenza e parsimonia». E lei continua:

«Erano stati proprio bei tempi, quelli, e dopo non si erano mai più ripetuti, per lo meno con tanto fulgore, benché poi Gregorio guadagnasse tanto da esser in grado di sostenere, come in effetti faceva, le spese dell’intera famiglia. Ci si era abituati alla cosa, sia da parte dei familiari che di Gregorio: si accettava il denaro con gratitudine; egli lo dava volentieri; tuttavia non si riusciva più a trovare quella particolare cordialità di un tempo».

Altra occasione sprecata, sig. Taccolla. È vero: il soggetto ansioso tende a preoccuparsi più degli altri che di se stesso. Dopo essere stato sfruttato per un quinquennio, sentendosi in colpa per la sua stessa malattia, Gregorio comincia ad angosciarsi con domande sul futuro della propria famiglia, ora che è incapace di provvedere da sé: a chi toccherà lavorare? Al padre vecchio e grasso? Alla madre asmatica? Oppure alla sorella diciassettenne che, fino a quel momento, aveva vissuto bene e dormiva fino a tardi? Gregorio, infatti, ricorda come i genitori, questi due esseri senza nome, ma con solo un ruolo sociale, ritenessero Greta come una «creatura un po’ inutile», proprio perché improduttiva. La vergogna e la tristezza che «faceva trasalire Gregorio» sono ondate d’ansia; allora ce le rappresenti come tali! Ci sviluppi queste idee in maniera chiara; ci dia la cultura e la società; invece di ostinarsi a descrivere questo umano-non-umano che si sposta come una blatta ferita su e giù lungo una stanza/condizione/prigione, tra insonnia, somatizzazione e ideazioni suicidarie.

«Rimaneva sdraiato lì per intere nottate, senza chiudere occhio un istante e raspando la pelle del sofà per ore e ore. Oppure guardava fuori dalla finestra». […] «Il giacere immobile gli era già quasi insopportabile durante la notte; il mangiare, ben presto, non gli procurò più il minimo piacere; e così per distrarsi aveva preso l’abitudine d i strisciare lungo le pareti e il soffitto. Soprattutto gli piaceva stare appeso al soffitto; era tutt’altra cosa che restarsene appiattito a terra; si respirava più liberamente; leggere vibrazioni gli attraversavano il corpo; e nella quasi felice svagatezza in cui Gregorio si trovava lassù, poteva accadere che egli si lasciasse andare e piombasse bruscamente sul pavimento. […] Strisciando egli lasciava qua e là tracce della sua secrezione vischiosa».

Buon Dio, sig. Taccolla! Qui lo capisce anche un bambino che lei ha tutta l’intenzione di prefigurare il suicidio di uno scrittore depresso! Stessa cosa per il banale eros e thanatos delle secrezioni e delle vibrazioni di piacere! Pulsione di vita e di morte! Scrittura e masturbazione! Basta Freud! Ce li mostri, invece, questi tentativi di suicidio! Ci faccia vedere la masturbazione compulsiva e la dolorosa e fallimentare scrittura notturna! Anche perché, a questo punto, ci viene da spostare la nostra empatia sui parenti, invece che sull’eroe: bene fanno a sgombrare tutta la stanza dai mobili, lasciandogli solo il divano, perché non ci si può certo impiccare buttandosi giù da un sofà! Greta Sammazza fa tutto da sola; facendo credere a Gregorio di volerlo aiutare nei suoi divertimenti; quando, invece, è mossa dalla paura che il fratello possa procedere nei sui propositi di suicidio; e prosegue da sola per non spaventare i genitori; almeno fino al cassettone, troppo pesante per le forze di una ragazzina sola, che la costringe a chiedere aiuto alla madre. La invita a entrare nella camera del depresso perché «non lo si vede»; il dolore della madre per un figlio di cui ella non riesce a capire la malattia è troppo grande da sopportare; e lei non fa che rappresentarcelo in maniera bozzettistica con una battuta di dialogo!

«Io credo che la cosa migliore sarebbe cercare di lasciare la camera esattamente com’era prima affinché Gregorio, quando tornerà fra noi, trovi tutto immutato e quindi dimentichi più facilmente questo intervallo».

Lei ha confuso realismo e fantasia a tal punto da disorientarci con un’altra sorpresa non seminata adeguatamente: perché la madre crede che fisicamente Gregorio debba tornare da qualche luogo? Considera l’assenza mentale equiparabile a un’assenza fisica? A uno dei tanti viaggi del figlio? E, quel noi, vuole alludere al consesso dei sani di mente, o più semplicemente al nucleo familiare? Lei ha il dovere di spiegare queste cose alle lettrici! Non ha seminato adeguatamente la madre e questi sono i risultati! Vaghezza e confusione! Quando, poi, Gregorio interagisce con loro, è la mostruosa blatta a monopolizzare l’identità dell’eroe, che lei sembra voler mostrarci come inumana: Gregorio (da uomo) accetta, in un primo momento, lo spostamento delle sue cose, perché gli sembra che sia un bene anche per lui; poi, però, si scatena la condizione ansiogena: Gregorio (da blatta) si accorge che stanno turbando il suo ecosistema, distruggendone le abitudini, i suoi rassicuranti pattern, ossia «tutto ciò che gli era caro» nella sua condizione di infermo mentale. Allora la blatta «uscì di colpo» dalla sua prigionia, dalla sua depressione, facendosi forza solo per un attimo, invadendo la vita degli altri in tutta la propria mostruosità, e solo per salvare la sua roba, e invece di salvare il suo amato scrittoio, Gregorio si butta su un quadro: una venere in pelliccia. (Sul serio? Masoch? La sua ossessione per eros e thanatos è alquanto kitsch, ci lasci dire!). La madre, allora, lo vede in tutto il suo orrore di depresso, grida e sviene. Addirittura l’amata sorella arriva a ferirlo con il vetro di una boccettina; ma è l’arrivo del padre che determina l’ultima svolta del secondo atto, – ancora una volta seminata male, – e prefigura l’apertura del terzo, ossia l’epilogo. Sto parlando del bombardamento con le mele!

«Un’altra, gettata subito dopo, gli penetrò letteralmente nella schiena; Gregorio tentò di trascinarsi ancora un po’, come se l’improvviso e incredibile dolore potesse svanire mutando luogo; si sentiva però come inchiodato al suolo e, nel totale sconvolgimento dei suoi sensi, si tese inarcandosi […] Poi la madre si precipitò dal padre; nell’attraversare la stanza le gonne slacciate scivolarono in terra, una dopo l’altra; e incespicando nelle vesti ella si precipitò sul padre e lo abbracciò, si strinse a lui (mentre la vista di Gregorio si offuscava) e con le mani intorno alla sua nuca lo implorò di risparmiare la vita di Gregorio».

Qui lei ci deve mettere un dialogo! Come può sprecare un’occasione così con un bombardamento di mele? C’è tutta la rabbia repressa del padre; adirato perché costretto a lavorare di nuovo dopo essersi abituato così bene alla vita da pensionato; e c’è il lavoro di Gregorio stesso, che gli ha causato la depressione, ossia la sua metamorfosi in scarafaggio. Le mele sono chiaramente le offese lanciate dal padre durante una discussione! Il padre rinfaccia a Gregorio di essere uno scansafatiche che ha costretto l’augusto genitore a riprendere un lavoro dipendente! Lei prende un po’ troppo alla lettera, ci lasci dire, il fatto che le parole siano pietre; ci dia un dialogo come si deve tra questi due uomini; ci dia una riflessione arguta sull’orridezza del lavoro subordinato che le generazioni tentano di scaricare le une sulle altre; e non nasconda, ancora una volta, la prefigurazione del suicidio del depresso dietro al coito: crede che non ce ne siamo accorti di come la dinamica dell’azione che causerà la morte, – con la madre praticamente nuda addosso al padre per salvare la vita di Gregorio, – abbia la stessa dinamica dell’azione che ha dato la vita a Gregorio stesso circa trent’anni prima? Quante volte glielo dobbiamo ripetere? Le lettrici vogliono vedere queste cose; non voglio intuirle solo trasfigurate nel corpo immondo di una blatta, in un bombardamento con le mele e in un coito allegorico!

Il terzo atto si apre con l’eroe ormai chiaramente prossimo alla morte. Il bombardamento con le mele è già un punto di non ritorno. Dalla negazione del primo atto, alla contrattazione e indifferenza del secondo, culminata nella rabbia del padre, siamo adesso passati all’aperta ostilità della famiglia nei confronti di Gregorio, che ormai lo incolpa della sua stessa malattia, e ne desidera la morte. L’accettazione del depresso è impossibile. Il racconto potrebbe anche concludersi col bombardamento delle mele, sig. Taccolla! L’epilogo ci pare già prefigurato. «La grave ferita che tormentò Gregorio per un mese», dovuta alle parole che il padre gli ha conficcato nella carne, e che gli continuano a girare dentro per un tempo indefinito. I familiari possono solo «reprimere il ribrezzo e pazientare»; mentre Gregorio, dalla prigionia della depressione, si può solo limitare a osservare le vite degli altri.

«Che vita! È questa la tranquillità della mia vecchiaia?». […] «Chi aveva tempo, in quella famiglia spossata dal lavoro ed estenuata dalla fatica, per curarsi di Gregorio più dello stretto necessario». […] «Essi compivano sino in fondo ciò che il mondo impone alla povera gente: il padre andava a pendere la colazione per gli impiegatucci di banca, la madre si sacrificava per cucire la biancheria di estranei, la sorella correva su e giù dietro al banco, obbedendo agli ordini dei clienti».

Allora, sig. Taccolla, lei qui tocca un altro tema sociale molto delicato: l’impoverimento della piccola borghesia costretta a riconvertisti nuovamente in proletariato. Il padre costretto a fare da fattorino è chiaramente uno shock dovuto all’assenza di un welfare adeguato. Io capisco che lei forse non ha granché voglia di fare il mestiere che fa; ma qui continua a rappresentarci il lavoro di per sé come una sorta di cessione a credito della propria umanità! Gregorio diventa inumano; i suoi genitori perdono ogni tipo di empatia nei suoi confronti: gli tirano il cibo con una pedata e, costretti a rinunciare all’amata governante, si vedono costretti a prendere una rozza donna a ore, una sottoproletaria, che pulisca e accudisca il mostro, e che finisce per maltrattarlo e umiliarlo, anch’essa disumana.

«Vieni un po’ qui, vecchio scarafaggio!, oppure Guarda, guarda! La vecchia blatta!».

Quando Gregorio si rivolge a questa specie di badante; ancora una volta solo come animale verso gli umani; ecco che la donna prontamente lo minaccia con una sedia e lo deride ancora: «Guarda, guarda! La vecchia blatta!». A parta la solita vaghezza, sig. Taccolla, per la sua ormai ostinata mancanza di dialoghi tra Gregorio e gli altri, si trova a sprecare una clamorosa occasione per un comic relief! Le lettrici sono oberate dalle tristezza della vita familiare; dia loro qualcosa con cui rilassarsi: renda questa vecchia megera a ore più divertente! Anche perché, sig. Taccolla, ormai Gregorio è perso: ci ha fatto già capire che non ci potrà più essere riscatto per lui. Lei lo lascia addirittura abbandonarsi ai ricordi, – cosa che ci sarebbe piaciuta vedere di più in tutto il testo! – come se Gregorio stesso fosse vittima di una vecchiaia precoce. (È forse una eco del morselliano assedio delle piccole cose?). Ci concede, finalmente, l’unico vero accenno sessuale realistico di tutta l’intera storia: «la cameriera di un albergo di provincia (un ricordo caro e fugace), la cassiera di un negozio di cappelli alla quale egli aveva fatto la corte seriamente ma esitando eccessivamente». Dov’erano queste donne prima di adesso? Perché non le ha seminate? Perché non fa scatenare la depressione da un tradimento della cameriera di provincia o, al limite, della bottegaia? Anche perché, nella sua prigione, lo stato delle cose è talmente misero che le lettrici sentiranno il bisogno di sognare immaginandolo come un vero maschio. Gregorio, invece, si limita a lasciarsi morire.

«Sulle prime aveva pensato che a togliergli l’appetito fosse la tristezza per lo stato della sua camera, ma ben presto si riconciliò con i mutamenti avvenuti nella stanza».

I parenti, infatti, hanno trasformato la sua stanza nell’opposto di ciò che era in origine: prima camera di uomo, poi stanza vuota, ora ripostiglio. Ci hanno sistemato tutte le cose che non si potevano sistemare altrove: compresa la cassetta della cenere e quella delle immondizie. Mentre la vita di Gregorio si trasforma letteralmente in una pattumiera; i suoi tentano di sopravvivere allo shock dovuto alla nuova condizione sociale. È l’ultimissima svolta che ci concede prima del finale:

«I tre pensionanti […] si sedettero a capo del tavolo, dove in passato avevano mangiato il padre, la madre e Gregorio. A Gregorio parve straordinario che fra tutti i rumori che accompagnavano il pasto dominasse sempre quelli dei denti che masticavano, quasi volessero in tal modo mostrargli che per mangiare occorrono i denti, e che anche con la più forte mandibola del mondo, che sia però sdentata, non si conclude nulla». […] «Non avevano mai locato camere e perciò esageravano nella cortesia verso i pensionanti».

I genitori, ormai ri-proletarizzati, decidono di fare i fittacamere per dei signori borghesi di passaggio, e li servono e li riveriscono come mai avevano fatto con Gregorio (esemplare la sottomissione della madre e della sorella che portano carne e patate in tavola ai nuovi padroni); mentre lasciano alla sottoproletaria donna a ore tutto il peso di accudire, – e in che razza di maniera! – il malato. La critica al neoliberismo à la AirBnB, della share economy come paravento di una facile evasione fiscale, qui è manifesta. È questo il tipo di realismo e di denuncia che cerchiamo! La famiglia che mangia in cucina: nuova servitù di nuovi padroni. La sorella che suona il violino e diventa oggetto di intrattenimento per i nuovi signori: «Perché la signorina non viene a suonare qui da noi, dove si sta molto più comodi e molto più a proprio agio?». Qui succede una cosa che ci è piaciuta molto (ed è uno dei motivi per cui crediamo nel suo talento): nonostante la depressione, e la sua animalità, Gregorio è attirato nella stanza dalla musica, ossia dalla Bellezza. È la Bellezza che può salvare il mondo, e forse anche il nostro Gregorio, bravo sig. Taccolla! Spinga su questo tasto; invece di darci frasette così, che restano sulla superficie di un pur necessario intimismo:

«(Gregorio) si meravigliava di usare, da qualche tempo, così poco riguardo per gli altri; prima, quelle delicatezze, erano state il suo orgoglio».

I pensionanti, borghesi viziati, si dimostrano incapaci di capire la Bellezza. Parlottano delusi. Ed è allora che Gregorio non resiste: si mostra agli umani, ancora una volta in tutto il suo orrore, e si affaccia nella stanza. Vorrebbe soffiare contro gli intrusi e proteggere la sorella! Ma è ormai troppo tardi: Gregorio è perso. Il padre lo nasconde con il proprio corpo così che i pensionanti non lo vedano; ma non basta: i pensionanti s’incolleriscono sul serio, «perché adesso si rendevano conto di aver avuto, a loro insaputa, un vicino di stanza come Gregorio».

«Dato il disgustoso stato di cose che regna in questo appartamento e in questa famiglia […] disdico immediatamente la mia camera. Naturalmente, per i giorni in cui ho soggiornato qui non pagherò nemmeno una lira; anzi, cercherò di vedere se non sia il caso di richiedere un indennizzo che, credetemi!, sarebbe facile giustificare!».

Qui lei opera un ribaltamento che ci sorprende. Mi riferisco alla reazione di Greta Sammazza:

«Così non si può andare avanti. […] Non voglio pronunciare davanti a questo mostro il nome di mio fratello, perciò mi limito a dire: dobbiamo cercare di sbarazzarcene. […] Altrimenti vi ucciderà tutti e due!». […] «Devi soltanto liberarti dell’idea che si tratti di Gregorio». […] «Aspira evidentemente a impadronirsi di tutto l’appartamento e a farci dormire in strada».

La sorella, che Gregorio aveva voluto difendere, è la più arrabbiata di tutti. Amava il fratello quando Gregorio le permetteva lussi e le prometteva il Conservatorio; ma adesso tocca a lei lavorare, spezzarsi la schiena, e mettersi in casa estranei. Il cambiamento in lei è avvenuto: anche lei non vuole che l’ecosistema del depresso si sovrapponga all’ecosistema della famiglia. Gregorio viene sprangato e sbarrato da solo nella sua prigione. L’uomo e la bestia sono ormai già morti quando la pietà della sorella è venuta meno.

«Fece la scoperta che ormai non poteva più muoversi affatto. […] Alla famiglia pensava con grande amore e commozione. Che bisognasse scomparire era per lui una convinzione ancora più ferma. […] Fece ancora in tempo a vedere, fuori dalla finestra, i primi chiarori dell’alba. Poi il capo, che ormai non riusciva più a controllare, gli ricadde a terra e dalle sue narici esalò, fievole, l’ultimi respiro».

La donna a ore lo deride anche nel momento fatale: «Venite un po’ a vedere: è crepato! È là steso, proprio bell’e stecchito!». La madre prima ferma la donna, che vuol gettare già via suo figlio; ma poi lascia fare; come sempre succube delle decisioni degli altri. Il padre invoca la divinità: «Ebbene […] ora possiamo ringraziare Iddio». La sorella Greta con un ultimo moto forse di compassione: «Guardate com’era magro. Eh già, da un pezzo non mangiava più nulla». La liberazione dalla depressione del figlio rende tutti più forti. I pensionanti vengono scacciati dalla casa. La donna a ore, poi, sorprende la famigliola prima che esca dalla porta per andare a fare una scampagnata:

«Volevo dire che per portar via quel coso di là, non dovete più preoccuparvi. È tutto sistemato».

Quell’immondizia di figlio è stata gettata via e loro non battono ciglio. Anzi, la famiglia si prende una giornata libera, e se ne va a fare una scampagnata per festeggiare il suicidio di Gregorio, quella risorsa che si era ormai trasformata in peso. Dopo mesi di oppressione, eccoli a divertirsi, spensierati.

«Il signore e la signora Sammazza, osservando la figlia che si faceva sempre più animata, si resero conto, quasi nello stesso istante, che essa negli ultimi tempi, nonostante le sofferenze che le avevano biancato le guance, era sbocciata in un a bella e florida giovinetta. Facendosi più silenziosi e intendendosi quasi inconsciamente con lo sguardo, pensarono che ormai era giunta l’ora di cercarle un buon marito».

Questo finale è molto bello, sig. Taccolla. Ci piace il riferimento «ai nuovi segni e ai buoni propositi». Se proprio vorrà insistere con la storia della blatta, da un punto di vista maschile, almeno ci lascia qui una porta aperta per un interessante sequel: maritata e infelice, chiusa nella sua medesima casa di bambola, ecco che Greta potrebbe mutare in farfalla, in caso lei decida di scrivere un secondo episodio della saga! Che ne pensa? Farebbe sicuramente più colpo di una blatta, ci creda!

Quindi, ricapitolando, ciò che le proponiamo è: espandere la storia da racconto lungo per ottenere un romanzo di almeno 150 pagine; cominciare dal litigio col padre; aggiungere molti dialoghi e la fidanzata: scelga lei tra la cameriera e la bottegaia; descrivere la sorella come anoressica; poi il viaggio in fabbrica, sede della multinazionale, in cui avviene l’incidente scatenante (se proprio vuol continuare su questa storia della blatta vera e falsa al tempo stesso!); Gregorio si lascia con la ragazza e, allora, forse, riusciremmo a giustificare la depressione maschile presso le lettrici; e poi inserisca tante profonde riflessioni di Gregorio per dare più voce al necessario intimismo; può inserire magari anche un tentativo di ricerca su una possibile cura per smettere di essere blatta. Ci re-invii, dunque, La malinconia dello scarafaggio con le necessarie correzioni; e siamo sicuri che, a quel punto, dato il suo talento, ci troveremo tra le mani qualcosa di veramente spendibile.

Insomma, penso lo avrà capito ormai da sé, a questo punto, che sebbene non ci sentiamo di accogliere questa sua raccolta di racconti nei nostri piani editoriali, saremo comunque felici di seguire nel tempo il suo lavoro; e la invitiamo, perciò, a farci leggere quanto scriverà in futuro, sicuri delle sue possibilità. Forza e coraggio, ché il talento ce l’ha!

Un cordiale saluto,
Francesco Paolo Maria Di Salvia,
Giudice Istruttore dell’Ufficio Proposte Editoriali

P.S. Per quanto riguarda quell’altro suo raccontino, – da lei inopinatamente chiamato Nella colonia penale, ma più giustamente intitolabile La macchina che uccide, – le suggeriamo anche lì di prendere una direzione più chiara, univoca, magari puntando maggiormente sugli elementi splatter già da lei disseminati così ammirabilmente nel testo.

1. La traduzione del testo dal Tedesco è opera di Giulio Schiavoni. (Edizione SuperBur Classici, 1999).
2. L’opinione di Francesco Paolo Maria Di Salvia, Giudice Istruttore dell’Ufficio Proposte Editoriali, sul testo del sig. Taccolla non corrisponde necessariamente all’opinione di Francesco Paolo Maria Di Salvia, autore del testo intitolato Lettera di rifiuto al sig. Franco Taccolla.


Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...