Buzzati e il mondo che odora di elle

UNA COSA CHE COMINCIA PER ELLE di Dino Buzzati è riuscito in meno di dieci cartelle a instillarmi un tale sgomento da farmi rigirare nel letto per l’intera nottata.

Potrebbe essere l’inizio nel 1900. Sei un mercante abituato a viaggiare e percepisci da tempo che c’è qualcosa di diverso nell’aria: tutto sta diventando velocemente moderno e anche tu ti senti un uomo moderno. Ti muovi con “saper fare” in tutti i luoghi dove ti portano gli affari. Fra un anno, massimo due, prevedi di comprare l’automobile ed hai anche qualche buona idea per rivoluzionare il tuo commercio di legname.

Arrivato nel paese di Sisto e sceso alla solita locanda, dove soleva capitare due o tre volte all’anno, Cristoforo Schroder, mercante di legnami andò subito a letto, perché non si sentiva bene.

Proprio a Sisto conosci da anni un medico, il dott. Lugosi. Lo mandi a chiamare e lui da buon amico ti visita in serata. Niente di grave dice, anche se a te sembra perplesso. Ma forse ti stai solo impressionando, magari perché prima di andare via ti chiede un campione di urine e ti saluta raccomandandoti di aspettarlo per il giorno dopo, sul presto.

AmCyc_LeechIl mattino dopo ti senti molto meglio, tanto che decidi di andare via anche senza aspettare il dottore. È un amico, pensi, capirà che ci sono gli affari di mezzo e quindi bisogna essere veloci, al passo! Sei ancora in maniche di camicia e ti stai radendo quando all’uscio della stanza si presenta il medico (non te lo aspettavi così presto) e non è solo. Al suo fianco c’è un uomo (ti viene presentato come Valerio Melito) ti da l’idea di essere piuttosto volgare, di sicuro non moderno. Il medico ti convince ad applicarti da solo delle sanguisughe sui polsi per un salasso benefico (in tanti anni di carriera non è riuscito, il medico, a farsi passare il disgusto per quelle bestie). Il Melito intanto sorride in maniera insinuante e dice di conoscerti bene.

– Vi dirò  – fece Melito con voce spiacevolmente cavernosa. – Vi dirò, non ho mai avuto il piacere di incontrarvi personalmente, ma so qualcosa di voi che certo non immaginate. –

1975 Pasqualino settebellezze - Pasqualino siete bellezas - Seven beauties (Giancarlo Giannini) 01Ma tu sei un uomo nuovo, al passo coi tempi, così abituato a far da padrone ovunque vai che riesci a tener testa (rimbrottando sì, ma con eleganza) ai due che ti trattengono nonostante la tua fretta. Loro continuano. Incalzano con una serie di domande sull’ultima volta che sei stato in paese. Sei solo al secondo capoverso del racconto e forse non ti stai ancora domandando se riuscirai mai a uscire da quella stanza, ma sappi che il tuo lettore (io) sì. E non smetterò di domandamelo fino all’ultima riga. O più semplicemente ti stai chiedendo “ma che vogliono questi due da me” domanda che tra poche pagine si trasformerà tragicamente in “una cosa che comincia per elle?”

Il Melito insiste a volerti parlare di un episodio che all’inizio ricordi solo a mala pena e che, se pure ti riguarda, non riesce a sembrarti né interessante, né giustificante il tempo che ti stanno facendo perdere: tre mesi fa, in un giorno di tempesta, stavi passando la strada del Confine vecchio quando la carrozzella è slittata andando fuori strada e il cavallo non è riuscita a metterla in carreggiata, tantomeno ci sei riuscito da solo. Ma ecco che ti si presenta un tipo curioso che tu stesso descriverai così: “Un povero disgraziato doveva essere. Un sordomuto pareva. Quando l’ho pregato di venire ad aiutarmi si è messo come a mugolare, non ho capito una parola”. E allora gli sei andato incontro, e lui si è tirato indietro e allora lo hai preso per un braccio, l’hai costretto a spingere una carrozza insieme a te.

– Che cosa c’entra questo? – ribatté lo Schroder insospettito. – Non gli ho fatto niente di male. Anzi dopo gli ho dato due lire. –

Avete sentito? – sussurrò a bassa voce il Melito al medico; poi, più forte, rivolto al mercante: – Niente di male, chi lo nega? però ammetterete che ho visto tutto -.

E qui cominci a credere che al disgraziato sia successo qualcosa e che vogliano incolpare te. Ma la ragione è ancora dalla tua, lo stesso Melito (che ha visto la scena con i suoi occhi, anche se da aldilà del fosso, almeno cinquecento metri) non potrà accusarti di niente. Sempre che sia in buona fede. O forse no?

01A questo punto Buzzati costruisce per la tua disavventura una trama perfetta, da film d’azione, da thriller (anche se il tutto si svolge in una camera d’albergo ed è racchiuso in un solo dialogo). Infatti l’ingrediente principe dell’action movie non sono tanto le corse in automobile, conti alla rovescia e tantomeno ostaggi in fin di vita legati in uno scantinato, quanto invece la successione perfetta di momenti in cui prevale l’idea o l’idea opposta. Per dirla meglio: scena 1 i nostri eroi ce la faranno di sicuro ad uscirne vivi; scena 2 credo proprio che morranno; scena 3 vivi; scena 4 morti e così via. Buzzati riesce a farlo: a ogni capoverso c’è un cambio di prospettiva che ti trascinerà fino al verdetto finale: una cosa che comincia per elle.

Adesso non sei più spavaldo e il disaggio aumenta quando ti chiedono di non agitarti. Sì, forse hai alzato troppo la voce quando hai chiesto ai due di essere chiari, però sei giustificato, certo che sei giustificato. D’altra parte il Melito ha una pistola alla cintura e non la nasconde. Diventi mansueto. Chiedi scusa per i toni e ti spieghi: vuoi solo sapere se c’è qualcosa che non va. Solo questo.

A tuo carico non c’è nulla, ripetono. Né sospetti né denunce sembra rassicurarti il medico, ma una cosa c’è e lascia la parola al Melito: “Sapete chi è la persona che vi ha aiutato a tirar su la cartrozza? Vi domando solo se immaginate chi fosse”. E allora sprofondi perché i due sono minacciosi, ti senti in trappola. “Non so, uno zingaro, un vagabondo…” azzardi senza comprendere il nesso tra quella domanda e la situazione di stallo.

– No non era uno zingaro. O, se lo era stato una volta , non lo era più. Quell’uomo, per dirvelo chiaro, è una cosa che comincia per elle.-

I due uomini si frappongono all’uscita. Il Melito appare soddisfatto di se. E l’unica cosa che sembra poterti liberare è: rispondere bene a quella domanda senza senso. Un gioco crudelmente medioevale a cui non sei preparato. Azzardi: un ladro. Ma non era un ladro, anzi la tua risposta suscita una risata nel Melito: “Avevate ragione, dottore: una persona piena di spirito, il cavaliere Schroder!”. Allora ti strappi le sanguisughe dai polsi e dici che basta così, tu te ne vai. Ma non sono più le parole dell’uomo moderno, sicuro di se, quanto quelle di una preda in fuga.

Melito tira fuori la pistola e t’incastra all’indovinello, tu ci provi, una cosa che comincia per elle, ma proprio non ti viene in mente niente: “Un lanzechinecco forse?”. Nessuno dei due ride.

“Né un ladro né un lanzechinecco” disse lentamnete il Melito. “Un lebbroso era”.

Un lebbroso, adesso, lo sei anche tu. Chissà cosa ti sta passando per la testa in questo momento, vorrei proprio saperlo. Forse ti sta ritornando in mente tutta la scena, il carretto fuori strada, l’uomo vestivo di nero dalla testa ai piedi che si ritrae e tu che lo afferri per un braccio. Un lebbroso. Adesso urli ai due: Fuori di qua! Sei furioso. Il Melito dice di essere l’alcade e che devi calmarti, ma tu non ne vuoi sapere niente, vuoi solo andare, farti curare, ma per la lebbra non c’è modernità che tenga.

Il Melito scrutava lo Schroder, pronto a prevenire un eventuale attacco, – In quel pacchetto c’è la vostra campana. Uscirete immediatamente di qui e continuerete a suonarla, fino a che sarete uscito fuori dal paese, e poi ancora, fino a che non sarete uscito dal regno. –

– Ve la farò vedere io la campanella! – ribatté lo Schroder, e tentava di gridare ma la voce gli si era spenta in gola, l’orrore della rivelazione gli aveva agghiacciato il cuore…

Ti dicono che devi andar via subito, di raccogliere solo la giacca e la mantella. tutto il resto dovrà essere bruciato, così come è stato fatto per il cavallo e la carrozza. Tremi, ti avvii per il corridoio, ma il Melito ti blocca con un urlo: “la campana!” e la getta ai tuoi piedi “legatela al collo.”

Lo Schroder riprese a scendere le scale. Poco dopo egli comparve sulla porta della locanda e si avviò lentamente attraverso la piazza. Decine di persone facevano ala al suo passaggio, ritraendosi indietro mano mano che lui si avvicinava. La piazza era grande, lunga da attraversare. Con gesto rigido egli ora scuoteva la campanella che dava un suono limpido e festoso; den, den, faceva.

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2001 Odissea nello spazio – Forse stai pensando che non c’entra niente con Buzzati,  ma alla fine del post darò un senso a quest’immagine.

Com’è che questa storia mi ha lasciato così sgomento? Ci ho pensato, e di certo non può essere la pura e semplice questione “malattia” né ” il modo in cui si viene a conoscenza di essere malati” ad essere stati determinanti. Certo la maniera in cui i due si presentano, il cinismo dei sorrisetti e dell’indovinello (quasi da lazzo della commedia dell’arte) hanno avuto il loro ruolo. Del perfetto meccanismo suspense ho già detto, aggiungo solo, per gli appassionati di strutture narrative e viaggi dell’eroe, che questo racconto li rispetta tutti (su questo sono pronto al confronto). Ma tutto questo non basta a spiegare il mio coinvolgimento. La risposta è da cercare altrove.

Il fatto è che leggo questo racconto da un punto di vista tristemente e anche un po’ cinicamente, postmoderno. Tristemente perché, forse per una questione generazionale, non ho neanche più l’illusione di un prossimo rinascimento (attenzione non parlo di letteratura ma di condizioni esistenziali) quindi della spinta alla modernità di cui Schroder è carico, non me ne dovrei fare niente, anzi mi viene da deriderla a dire il vero. Invece Buzzati, contrapponendo alla modernità del protagonista nientedimeno che la Lebbra (quanto di più medioevale, nell’accezione negativa, possiamo arrivare a pensare) mi spinge a prendere posizione, l’unica umanamente possibile. E allora ammiro quell’uomo moderno del racconto, perché grazie a quelli come lui  (che ci credevano) che le cose, grandi e piccole, si sono fatte. Mi spinge a pensare che, se non gli fosse capitata la disavventura che comincia per elle, si sarebbero girato un documentario sul mercante che rivoluzionò il commercio del legname.

Ammirazione e tenerezza, mi fa lo Schroder! Per quanto tempo ci abbiamo creduto tutti nel moderno e sofferto come lui di questa virale forma di ottimismo? Chi non è nato nel novecento (io sono classe 1976) potrebbe non crederci, ma pensavamo che nel 2000 avremmo tutti guidato macchine volanti. A riprova di ciò basta pensare che 2001 odissea nello spazio è del 1968 e che 1997: Fuga da New York è del 1981. Per non parlare di cosa pronosticavano gli scrittori di fantascienza! Per la metà delle storie pubblicate in Urania non si pretendeva che l’ambientazione temporale arrivasse non dico al 3000, ma neanche al 2200.

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Ancora nel 1989 in Ritorno al futuro parte II troviamo un 2015 fantastrabiliante, fatto di bambini che girano su skateboard volanti, scarpe auto-allaccianti e abiti auto-asciuganti e automobili (volanti) che vanno a rifiuti (ma proprio rifiuti tipo l’umido di casa: la buccia di banana…).

Poi sono arrivati gli anni novanta e abbiamo tutti scoperto che non era vero. Ne abbiamo avuto di tempo per capirlo, almeno tre generazioni, ma è stata comunque una doccia fredda. Lo Schroder di Buzzati ha scoperto che il suo sogno di modernità era un utopia in meno di dieci cartelle. Non ha avuto il tempo di digerire la notizia, e allora non si rassegna. Da di matto. Anzi do di matto anche io che sto leggendo.

Questo è riuscito a fare con me Buzzati: farmi rivivere il lutto del domani e quindi illudermi (insieme a Schroder, ancora una volta e fino alla fine) che il futuro sarebbe stato quello di Ritorno al futuro e non quello di Matrix.

Poi dice che uno la notte dorme agitato.

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