Mirino di Raymond Carver

Un uomo senza mani si è presentato alla porta per vendermi una foto di casa mia. A parte gli uncini cromati, era un cinquantenne come tanti.

raymond_carver_in_1984_by_color_me_redCosì inizia il racconto e non c’è una maniera più precisa per dirlo che parafrasare Carver.
Il protagonista del racconto (scritto in prima persona) incuriosito da come il fotografo senza mani avrebbe retto la tazzina del caffè  usando solo gli uncini, lo invita a entrare. L’uomo usa il bagno di casa, prende il caffè. Gli basta uno sguardo per capire cosa è successo in quella casa.

– Vive solo, vero? – Ha rivolto un’occhiata al soggiorno. Poi ha scosso la testa. – È dura. È dura.

[e poi ancora]

– Insomma, hanno preso e se ne sono andati tutti, eh? Hanno fatto le valigie e se ne sono andati. Fa male.

Durante la conversazione entrambi colpiscono con precisione i punti deboli dell’altro. Il protagonista sembra giocare all’uomo che ha perso tutto e adesso, a un passo dal baratro, non c’è niente che gli impedisca di essere cinico. L’altro invece assume il ruolo di chi ha fretta e si vuole sbrigare. Malgrado sia anch’egli ferito, risulta più forte proprio per l’evidenza del suo dolore.

Sono attratti l’uno dall’altro, hanno la stessa storia: il passato del fotografo è il presente del protagonista.

– E i suoi ragazzi? – Sono rimasto in attesa con le tazze in mano a guardarlo mentre si sforzava di alzarsi dal divano. – Che vadano ’affanculo. E ci vada pure la madre! Devo dire grazie a loro se sono ridotto cosí –. Mi ha messo gli uncini sotto il naso. Poi si è voltato e ha cominciato a rinfilarsi le cinghie. – Mi piacerebbe perdonare e dimenticare, sa, ma non ci riesco. Fa ancora male. Il problema è tutto lí: non riesco né a perdonare né a dimenticare.

Si accordano per degli scatti. Il protagonista si fa fotografare in ogni angolo della casa che inizialmente aveva così definito: Che ci facevo con la foto di questa tragedia?
Fatto il giro della casa decide di farsi fotografare sul tetto e quando il fotografo, anche se titubante, accetta lui confessa.

– Aveva ragione, sa, – ho detto io. – Hanno preso e se ne sono andati. Baracca e burattini. Ci ha proprio azzeccato.
L’uomo senza mani ha detto: – Non c’era bisogno che dicesse una parola. L’ho capito nel momento in cui ha aperto la porta –. Ha agitato gli uncini verso di me. – Si sente come se lei le avesse scavato la terra da sotto i piedi! Come se le avesse tagliato le gambe. Guardi qua! Ecco come ti riducono. Che vadano ’affanculo, – ha detto. – Allora, vuole salire su quel tetto o no? Devo andare, – ha detto l’uomo.

Sul tetto trova un mucchietto di sassi. Si fa riprendere mentre li lancia lontano.

– Rifacciamolo, – gli ho gridato io. Ho preso un altro sasso. Ho sorriso. Mi sentivo come pronto a decollare. A volare. – Ora! – ho gridato.

Non riesco a fare una classifica dei racconti più belli di Carver. Mirino è eccezionale. Il tipico simbolismo dello scrittore qui è ai massimi livelli. Non solo gli uncini e le foto ma tutto il resto: l’uso del bagno, i sassi, la rimessa ecc… non sono più neanche oggetti simbolici, ma veri e propri personaggi.

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4 risposte a "Mirino di Raymond Carver"

    1. Ciao Beppe,
      credo che tu abbia capito benissimo (secondo me le parole di Carver vanno in quella direzione) ma alla tua domanda non si deve rispondere e non perché il finale sia aperto (il finale di questo racconto non è assolutamente aperto). Se vi fosse stato bisogno di una sola parola in più sono sicuro che l’avrebbe aggiunta Carver. Ma attenzione, non è stato troncato niente, né lasciato in sospeso la soluzione per tenere il lettore in bilico (non è assolutamente un trucchetto). La questione che poni è interessante ed esemplare perché in essa risiede la vera differenza tra racconto e romanzo (che troppo spesso vogliamo ricondurre al numero delle pagine). “Mirino” è finito lì dove lo scrittore ha messo il punto, raccontare il resto (anche se probabilmente basterebbe una sola altra frase) avrebbe fatto scivolare tutto nel romanzo.

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