L’amore mio non può di Lia Levi

l'amore mio non puòIn treno e poi al bar mentre facevo colazione seduto, ho finito di leggere L’amore mio non può di Lia Levi. Invece che cercare di scrivere quello che ho provato, potrei, e sarei più efficace, descrivere il maldestro tentativo di celare la commozione al cameriere che mi portava il caffè mentre leggevo l’ultima pagina. Ma le impressioni che riporto in questo blog mi servono come studio e quindi vado avanti a scrivere:

La protagonista del romanzo è Elisa,  ebrea vedova durante il fascismo, ha un diploma di maestra ma non ha mai insegnato. Non ha mai lavorato. Il marito Andrea era impiegato di banca (miglior amico del fratello Michele anch’egli impiegato nella stessa banca). Madre borghese vedova e austera. Sorella insegnate di pianoforte, appendice della madre e ultima a rimanere in casa con lei, destinata, sembra, a rimanere nubile.

Il romanzo si apre così:

Mio marito si è suicidato in un giorno d’estate del 1939, dieci mesi dopo aver perso il lavoro per motivi di “razza”.
Sì è buttato giù dal muraglione del Pincio come un poeta, anche se in realtà era solo un impiegato di banca.
Mi ha lasciato un biglietto e una bambina.
La bambina è la nostra bambina e le avevamo messo nome Lilia pensando vagamente a un fiore.

Ma questo non è un romanzo sulle leggi razziali. Il fascismo e tutto il resto ci sono, eccome!, ma Lia Levi non permette loro arrembare la trama e così facendo li descrive meglio che in un documentario. La vera storia invece è che Andrea ha lasciato un biglietto a Elisa: “Tu sei forte, io no” e “cresci bene la nostra bambina”.

Il romanzo, dalla terza pagina in poi e per la prima parte del libro, ripercorre l’incontro, l’innamoramento?, la nascita della piccola Lilia, fino alla perdita del posto in banca.
La protagonista, che parla in prima persona, descrive Andrea senza farcene accorgere. Parla della sua poeticità in maniera positiva, ma con la malinconia della vedova che ancora vive con rancore il suicidio da poeta.

Il nostro è stato un matrimonio tenero, un’unione di innamorati più che amanti.

Il conflitto che rende vivo il personaggio Elisa è il superamento del rancore per chi l’ha abbandonata (che tra l’altro sembra immunizzarla da tutti gli altri abbandoni che subirà fino alla liberazione) con quel “tu sei forte” che lei non riconosce e quel “cresci bene la nostra bambina” che le impone di non mandare la figlia all’orfanatrofio ebreo: ecco, primo punto di svolta è proprio questo, la scelta che compie Elisa, che manterrà per tutto il tempo (magari maledicendo Andrea da cui sente provenire l’obbligo morale) e che alla fine le salverà entrambe. Perché alla fine si salvano, ma si piange lo stesso.

L’idea di controllo forse è proprio questa: una giovane donna, vedova, madre, ebrea durante il fasci/nazismo, ce la farà comunque a salvare se stessa e la figlia proprio perché deve farsi forza nel tenersi stretta la bambina. E quello che viene descritta non è una storia di sopravvivenza, ma la storia di come Elisa si riapproprierà della stima per Andrea e di come, quel “come un poeta” dispregiativo dell’incipit si trasformerà nell’accezione, da negativa a positiva

Elisa non è consapevole della sua forza. All’inizio sembra non consapevole di niente. Non riconosce (o forse non vuole) la depressione di Andrea:

Allora gli ho chiesto perché mio marito non si sforzava un po’ di parlare con me, almeno per amore della figlia, ma il dottore ha scosso la testa.
Mi ha detto ancora: – Se suo marito avesse una mano paralizzata, non le verrebbe in mente di chiedergli di muoverla lo stesso come segno d’affetto -.

E anche il fratello sembra trattarla da sprovveduta, viziata forse: – Nessuno può permettersi il lusso di avere troppo amor proprio – le dice quando non condivide le sue scelte. Scelte che a lui non sembrano logiche.
Ma Elisa è consapevole, a mio avviso, della cosa più importante “…non è la testa a decidere. La testa non decide mai.”

Elisa (con Lilia sempre al suo fianco) diventa da povera, molto povera e, infine, miserabile. Alla fine si riduce a fare la serva (lei che è maestra!) in una casa di ricchi ebrei che, viste le leggi razziali, non possono tenere personale ariano. Continuamente umiliata, più dal fatto di tenerlo per pudore nascosto a pareti e amici, non rinuncia al lavoro, spacciandolo per uno da “dama di compagnia”. Così potrà tenersi vicina Lilia che intanto ha computo nove anni e non è più la sua bambina, ma sua figlia e la donna lo scopre  quando nella farsa ritrova in lei una complice.

Ecco la donna forte che volevi. Questa è la fine che le hai fatto fare.

Quando tutto sembra andare per il meglio arriva il 43 e, nell’estate, l’assedio dei tedeschi, la notte dei rastrellamenti; ma Elisa ce la fa. Elisa si muove lucida, fa tutte le cose giuste, incredibilmente Elisa è la più forte, Andrea aveva ragione. Finalmente è tutto chiaro: Senza il suicidio di Andrea adesso loro tre sarebbero in uno di quei carri neri. Andrea sapeva tutto fin dall’inizio.

Lo sapeva perché i poeti sanno tutto.

Sto andando da mia figlia. Mia figlia l’ho salvata. E anche io mi sono salvata per lei.

Mentre, salva, corre dalla figlia le si affianca il simulacro di Andrea; in quegli anni se lo era figurato solo per rimproverarlo.

Ha voluto venirmi incontro per riconsegnarmi intatto l’amore per lui.

Il finale è da leggere in privato, sempre che non si abbia voglia di spiegare le lacrime al cameriere che porta il caffè al tavolo.

Un giorno, quando eravamo tanto giovani, mi ha detto con l’entusiasmo nella voce: – Tu sei il mondo! –
Ma il mondo adesso si è ammalato di troppo dolore.
A questo no. A questo, quel giorno, Andrea forse non aveva pensato.

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7 risposte a "L’amore mio non può di Lia Levi"

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