La donna che ricordava di Aimee Bender

Questo racconto è la prima cosa che leggo di Aimee Bender ed è anche il primo della raccolta “La ragazza con la gomma in fiamme” opera prima dell’autrice statunitense.

Sei cartelle scarse. Uno stile che, per chi come me non è un “lettore forte”, non può non ricordare Dino Buzzati.
La storia è raccontata in prima persona da Annie con un incipit che ci porta direttamente alla Crisi:

Il mio ragazzo sta vivendo un evoluzione al contrario. Non ne parlo con nessuno. Non so come sia successo, so solo che un giorno era il mio ragazzo e il giorno dopo era una specie di scimmione. Tempo un mese e adesso è una tartaruga marina.

Poi la narrazione ritorna a prima della regressione. Con poche parole la Bender ci descrive un Ben sconsolato:

L’ultimo giorno in cui l’ho visto umano, era triste per lo stato del mondo.

Il suo ultimo giorno da umano, mi ha detto: «Annie, ma non capisci? stiamo diventando troppo intelligenti. Il cervello ci cresce sempre di più, e quando c’è troppo pensiero e troppo poco cuore il mondo si inaridisce e muore».

Ma evidentemente il problema non è solo il mondo.

«Come me e te, Annie», ha detto. «Noi due pensiamo troppo».

A queste parole Annie ricorda l’ultima volta che avevano fatto l’amore. Annie narra che aveva tenuto gli occhi aperti e si era tutta concentrata per lasciarsi andare. Così probabilmente aveva fatto anche lui. A metà della cosa si erano seduti e si erano messia parlare di poesia.

A questo erano arrivati loro, a questo è arrivato il mondo, ho pensato mentre leggevo e se è così allora ha ragione Ben a porre la scelta fra cuore e cervello, perché è questa la Scelta alla base del racconto.
Ma è di Annie, inconsapevolmente, la formula magica che da il via a tutto:

Il suo ultimo giorno da umano, si è preso la testa fra le mani e ha sospirato, e io mi sono alzata, gli ho baciato tutta la nuca, coprendo tutta la carne, esprimendo desideri lì sopra […] che desiderio ho espresso? Ho sperato che andasse tutto bene, solo questo. I miei desideri sono diventati generici già tempo fa…

Annie si prende cura di Ben. Davvero non dice niente a nessuno. Gli amici e i conoscenti smettono di cercarlo quasi subito. Lui regredisce fino a diventare una piccola salamandra che Annie tiene in una vaschetta, lo nutre di miele e versa qualche lacrima. Gli chiede se la riconosce.

Adesso rientro da lavoro e cerco la sua figura a dimensioni normali che gira angosciata per casa, e ogni volta mi rendo conto che on c’è più. faccio avanti e indietro per il corridoio. mastico interi pachetti di chewing gum nel giro di pochi minuti.

Ripasso i miei ricordi e mi assicuro che siano ancora intatti, perché lui non c’è più e allora è compito mio ricordare.

Annie libera Ben la salamandra a mare. Immagina che un giorno lui riemergerà dalle onde in forma umana, un po’ spaurito, per ritornare a casa. Controlla sempre il giornale. si accerta che il numero di casa sia rintracciabile sull’elenco e di sera fa il giro del vicinato nel caso Bennon ricordi con precisione dove abitava con lei.

Esco a dare da mangiare agli uccelli e a volte, prima di mettermi a letto sola come sono, mi tocco il cranio di qua e di là per vedere se si sta ingrandendo e mi chiedo, se fosse così che cosa di utile potrebbe riempirlo.

Siamo liberi d’interpretare. Cosa vuole dire la Bender? Cosa pensa davvero Annie di Ben. L’ha liberato, accettando così la sua scelta tra cuore e cervello, oppure si è liberata del compagno, bambinone triste, così simile alla maggior parte di noi, sempre pronti a dire Nessuno mi capisce, Nessuno mi ama, Voglio la mamma. Sì, forse Annie ha creduto di non avere scelta e ha scelto cervello, perché il cuore se l’era preso tutto Ben.
In ogni caso, la lettura di questo racconto (io l’ho fatto mentre andavo a lavoro) ti fa pensare,ti mette in pause. Proprio come con Buzzati, anche se a differenza di questo non lascia il retrogusto d’angoscia e sbigottimento, ma leggerezza e un po’ di malinconia per quello che saremmo potuti essere se avessimo capito, per tempo e davvero, che la vita è una sola.

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